La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori.
Alda Merini

giovedì 30 giugno 2011

E non stancarti mai di ripetere le parole uguali

Queste frasi d'amore che tanto si ripetono
non sono mai le stesse.
Hanno lo stesso suono tutte quante,
ma ha ciascuna una vita
vergine e sola, se riesci a coglierla.
E non stancarti mai
di ripetere le parole uguali:
proverai l'emozione che sente l'anima
quando vede spuntar la prima stella
e poi, come la notte avanza, la vede
ripetersi in altre stelle,
con diversi riflessi e un'unica anima.
Così al ripeter questa
frase d'amore stelle
infinite nel petto ti s' accendono:
presta a tutte la luce lo stesso sole,
lontano sole che verrà domani
quando saran cessate stelle e parole

Pedro Salinas


Incontro di due mani in cerca di stelle

Incontro di due mani
in cerca di stelle,
nella notte.
Con che pressione immensa
si sentono le purezze immortali!
Dolci, quelle due dimenticano
la loro ricerca senza sosta,
e incontrano, un istante,
nel loro circolo chiuso,
quel che cercavano da sole.

Juan Ramon Jimenez


Chi ama inventa le cose che ama…

Chi ama inventa le cose che ama…
Forse sei giunta quando io ti sognavo.
E improvvisamente s’è accesa la fiamma!
Era la brace sopita che si svegliava…
Un nuovo volo sopra le macerie,
Nell’aria sorpresa rintoccavano campane,
Suonate da quegli angeli speciali
che hanno il dono di far resurrezioni…
Un ritmo divino? Oh! semplicemente
Il palpitare dei nostri cuori
Che battevano uniti e a festa,
O solitari, con un ritmo triste…
Oh! Mio povero, mio grande amor lontano,
Nemmeno sai tu quanto bene fa alla gente
Aver sognato… e aver vissuto il sogno!

Mario Quintana



Il mio totale oblio e il mio assoluto disconoscimento di oggi non sono altro che la tua presenza assoluta e il mio assorbimento totale di ieri

"...Il mio totale oblio e il mio assoluto disconoscimento di oggi non sono altro che la tua presenza assoluta e il mio assorbimento totale di ieri. 
Quanto eri - tanto oggi non sei più. 
L'assoluta presenza a rovescio. 
L'assoluto non può essere che assoluto. Una tale presenza può divenire soltanto una tale assenza. 
Tutto - ieri, nulla - oggi.
Il mio totale oblio e il mio assoluto disconoscimento non sono che l'eco (rafforzata!) del vostro oblio e del vostro disconoscimento - che voi mi riconosciate per la strada o meno, che voi chiediate o meno mie notizie. 
Se voi non mi dimenticate come io vi dimentico è perché non mi avete mai subìta come io vi subivo. 
Se non mi dimenticate assolutamente, è perché non c'è nulla di assoluto in voi, neppure l'indifferenza. 
Io ho finito col non riconoscervi, voi non avete mai cominciato a conoscermi. 
Se io ho finito col dimenticarvi, voi non avete neanche avuto abbastanza di me, dentro di voi, per dimenticarmi. 
Che cosa significa dimenticare un essere? Significa dimenticare quanto se ne è sofferto. 
Affinché io, che ieri non conoscevo altro che voi, possa oggi non riconoscervi, è stato necessario che ieri non conoscessi altro che voi. 
Il mio dimenticarvi è un titolo di nobiltà in più. Un certificato del vostro valore di un tempo.
Vendetta postuma? No. In ogni caso - non mia. 
Qualcosa (una grande cosa!) si vendica per me e attraverso me. Volete il suo nome che io ancora non conosco? 
L'amore? No. 
L'amicizia? Neanche - ma siamo molto vicini: l'anima. 
L'anima ferita in me e in tutte le altre anime. Ferita da voi e da tutti gli altri, eternamente ferita, che eternamente rinasce ed è, alla fine, invulnerabile. 
L'incurabile - invulnerabile..."
Marina Cvetaeva - Le notti fiorentine


Mi pento delle diete, dei piatti prelibati rifiutati per vanità, come mi rammarico di tutte le occasioni di fare l'amore che ho lasciato correre per occuparmi di lavoro in sospeso o per virtù puritana

Mi pento delle diete, dei piatti prelibati rifiutati per vanità, come mi rammarico di tutte le occasioni di fare l'amore che ho lasciato correre per occuparmi di lavoro in sospeso o per virtù puritana. Passeggiando per i giardini della memoria, scopro che i miei ricordi sono associati ai sensi. Mia zia Teresa, quella che si trasformò lentamente in angelo e che quando morì aveva germogli di ali sulle spalle, è legata per sempre all'odore delle pastiglie alla violetta. Quando quell'incantevole signora faceva capolino per una visita, con il vestito grigio illuminato con discrezione da un colletto di pizzo e il capo regale incorniciato dalla neve, noi bambini le correvamo incontro e lei apriva con gesti rituali la sua vecchia borsetta, sempre la stessa, estraeva una scatoletta di latta dipinta e ci dava una caramella color malva. E da allora, ogni volta che l'aroma inconfondibile di violette si insinua nell'aria, la mia anima ritrova intatta l'immagine di quella santa zia, che rubava i fiori dai giardini degli altri per portarli ai moribondi dell'ospizio. Quarant'anni dopo ho scoperto che quello era l'emblema di Giuseppina Bonaparte, che si affidava ciecamente al potere afrodisiaco di quel fuggevole aroma che assale all'improvviso con un'intensità quasi nauseabonda, per sparire senza lasciare traccia e tornare immediatamente con rinnovato ardore. Le cortigiane dell'antica Grecia lo usavano prima di ogni incontro galante per profumarsi l'alito e le zone erogene, perché mescolato all'odore naturale della traspirazione e delle secrezioni femminili mitiga la malinconia dei più vecchi e scuote in modo irresistibile lo spirito dei giovani. Nel tantra, la filosofia mistica e spirituale che esalta l'unione tra gli opposti a tutti i livelli, da quello cosmico al più infimo, e nella quale l'uomo e la donna sono specchi di energie divine, il colore della violetta è quello della sessualità femminile e per questo motivo alcuni movimenti femministi l'hanno fatto proprio.
L'odore penetrante dello iodio non mi evoca immagini di ferite o interventi chirurgici, bensì di ricci, strane creature marine irrimediabilmente legate alla mia iniziazione al mistero dei sensi. Avevo otto anni quando la ruvida mano di un pescatore mi mise in bocca un'ovaia di riccio. Quando torno in Cile, cerco sempre di trovare il tempo di andare sulla costa ad assaggiare di nuovi i ricci appena strappati al mare, e ogni volta mi assale lo stesso miscuglio di terrore e fascinazione che ho provato durante quel primo incontro intimo con un uomo. Per me i ricci sono inseparabili da quel pescatore, la borsa scura di frutti di mare che gocciola acqua e il mio risveglio alla sensualità. Gli uomini che sono passati dalla mia vita - non voglio vantarmi, non sono molti - li ricordo così, alcuni per la qualità della loro pelle, altri per il sapore dei loro baci, l'odore dei loro indumenti o il tono dei loro sussurri, e quasi tutti sono associati a un alimento particolare. Il piacere carnale più intenso, goduto senza fretta in un letto disordinato e clandestino, combinazione perfetta di carezze, risate e giochi della mente, sa di baguette, prosciutto, formaggio francese e vino del Reno. Ognuno di questi tesori della cucina fa comparire davanti a me un uomo in particolare, un antico amante che ritorna insistente come un fantasma desiderato a infondere una certa luce malandrina nella mia età matura.

Isabel Allende -
Afrodita


mercoledì 29 giugno 2011

È urgente l’amore

È urgente l’amore.
È urgente una barca in mare.

È urgente distruggere certe parole,
odio, solitudine e crudeltà,
alcuni lamenti,
molte spade.

È urgente inventare allegria,
moltiplicare i baci, i campi,
è urgente scoprire rose e fiumi
e mattini chiari.

Cade il silenzio sulle spalle e la luce
impura, fino a dolere.
È urgente l’amore,
è urgente
rimanere.

Eugénio de Andrade


Di me, di te tutto conosco, tutto ignoro

Accade che le affinità d'anima
non giungano ai gesti e alle parole ma
rimangano effuse come un magnetismo.
É raro ma accade. Può darsi
che sia vera soltanto la lontananza,
vero l'oblio, vera la foglia secca
piú del fresco germoglio.
Tanto e altro puó darsi o dirsi.
Comprendo la tua caparbia volontá di
essere sempre assente perchè
solo così si manifesta la tua magia.
Innumeri le astuzie che intendo.
Insisto nel ricercarti nel fuscello
e mai nell'albero spiegato, mai nel pieno,
sempre nel vuoto: in quello che
anche al trapano resiste.
Era o non era la volontà dei numi
che presidiano il tuo lontano focolare,
strani multiformi multanimi animali domestici;
fors'era così come mi pareva
o non era. Ignoro se
la mia inesistenza appaga il tuo destino,
se la tua colma il mio che ne trabocca,
se l'innocenza é una colpa oppure
si coglie sulla soglia dei tuoi lari.
Di me, di te tutto conosco,
tutto ignoro.

Eugenio Montale



Lassù, per gli spazi azzurri vagano suoni leggeri, e le stelle

La punta delicata delle tue dita, il finissimo
silenzio delle mie labbra che su di esse
trova il brillìo delle acque, la luna
che sorge da uno stagno di larghe foglie
più in alto passa il vento, per gli alberi,
e nel cielo la notte.
Adesso guarda
come è dolce la vita, come si allontanano
le orbite eteree abbandonando
una luce sulla nostra fronte.
Io ti amo
e le ore salgono; ascolta il fruscìo
sconosciuto della notte e infinito
Lentamente, nelle mie braccia, senza turbare
l’eternità che l’aria sta formando
con i suoi cerchi immobili, contempla
il pallido riflesso che ondeggia tra le foglie,
questo istante che siamo sulla terra
sospeso.
Lassù, per gli spazi azzurri
vagano suoni leggeri, e le stelle.

Juan Rodolfo Wilcock





“vidi” gli atomi degli elementi e quelli del mio corpo partecipare a quella danza cosmica

In un pomeriggio di fine estate, seduto in riva all’oceano, osservavo il moto delle onde e sentivo il ritmo del mio respiro, quando all’improvviso ebbi la consapevolezza che tutto intorno a me prendeva parte a una gigantesca danza cosmica. […] Sedendo su quella spiaggia, le mie esperienze precedenti presero vita; “vidi” scendere dallo spazio esterno cascate di energia, nelle quali si creavano e si distruggevano particelle con ritmi pulsanti; “vidi” gli atomi degli elementi e quelli del mio corpo partecipare a quella danza cosmica di energia; percepii il suo ritmo e ne “sentii” la musica: e in quel momento “seppi” che questa era la danza di Śiva, il Dio dei Danzatori adottato dagli Indù.

Fritjof Capra - Il Tao della fisica


martedì 28 giugno 2011

Sei come la notte, silenziosa e costellata

Mi piaci quando taci perché sei come assente,
e mi ascolti da lungi e la mia voce non ti tocca.
Sembra che gli occhi ti sian volati via
e che un bacio ti abbia chiuso la bocca.

Poiché tutte le cose son piene della mia anima
emergi dalle cose, piene dell'anima mia.
Farfalla di sogno, rassomigli alla mia anima,
e rassomigli alla parola malinconia.

Mi piaci quando taci e sei come distante.
E stai come lamentandoti, farfalla turbante.
E mi ascolti da lungi, e la mia voce non ti raggiunge:
lascia che io taccia col tuo silenzio.

Lascia che ti parli pure col tuo silenzio
chiaro come una lampada, semplice come un anello.
Sei come la notte, silenziosa e costellata.
Il tuo silenzio è di stella, così lontano e semplice.

Mi piaci quando taci perché sei come assente.
Distante e dolorosa come se fossi morta.
Allora una parola, un sorriso bastano.
E son felice, felice che non sia così.

Pablo Neruda





Imprese come queste non si compiono se non per amore di una donna

Il giorno successivo Galeotto si recò nuovamente nell'accampamento di Artù. Qui Galvano gli chiese che cosa lo avesse indotto a offrire la pace ed egli rivelò che era stato l'intervento del cavaliere dalle armi nere a indurlo a compiere tale passo. La meraviglia e l'ammirazione per il cavaliere sconosciuto aumentarono ancor più e la regina, che partecipava con grande interesse alla conversazione, domandò quale fosse il nome di quel prode. Quando si seppe che nemmeno il signore delle Isole Lontane lo conosceva, tutti rimasero assai sorpresi e dispiaciuti, poiché avrebbero molto desiderato averlo fra loro. Poco dopo Ginevra si congedò dai presenti e si ritirò, pregando Galeotto di accompagnarla mentre si recava nel suo padiglione. Quando furono soli, essa esclamò:

"Mio caro amico, quel cavaliere è l'uomo che più di ogni altro desidererei conoscere, ma temo che voi non mi vogliate rivelare dove si trova. Ditemi, in verità: egli è forse al vostro campo ?"

"Regina - rispose Galeotto - a voi posso dire che egli ora non è qui, ma si trova nel mio paese."

"Oh, dolce signore, mandatelo a chiamare, fate che egli torni il più presto possibile!"

"Cercherò di rintracciarlo, ma non posso promettervi nulla"
fu la risposta.

Ritornato al suo accampamento, Galeotto riferì all'ospite il colloquio con la regina e lo consigliò di incontrarla. Lancillotto rimase a lungo indeciso, poiché non osava trovarsi a faccia a faccia con colei il cui solo pensiero gli faceva venir meno le forze e la ragione. Decise tuttavia di vederla, dal momento che neppure lontano da lei poteva più vivere, tanta era la forza dell'amore che lo divorava. Per tre giorni il signore delle Isole Lontane ritornò al campo di Artù, ed ogni volta, interrogato da Ginevra, rispose che ancora il cavaliere non si era visto. Finalmente, il quarto giorno venne da lei, lieto in volto, dicendole:
"Signora, egli è qui ed è ben lieto di incontrarvi".

I due presero accordi affinché l'incontro potesse avvenire in segreto, dal momento che la regina temeva di perdere la propria reputazione se la notizia di quell'appuntamento si fosse conosciuta. Il luogo prescelto fu un lussureggiante bosco ai piedi delle mura del castello di Galore, dove mai nessuno di solito si recava. Venne convenuto che la regina giungesse con un piccolissimo numero di damigelle, le più fidate della sua compagnia, mentre lo sconosciuto cavaliere sarebbe stato accompagnato soltanto da Galeotto. Il giorno successivo, poco prima del tramonto, Ginevra prese con sé la dama di Malehaut e due fanciulle del suo seguito, e con loro si avviò verso il bosco, sedendosi poi ai margini di una radura cosparsa di fiori variopinti. Pochi minuti erano trascorsi, quando si udì un trotto leggero e due cavalieri apparvero fra gli alberi: fra loro la regina riconobbe immediatamente Galeotto, mentre il volto del giovane che cavalcava al suo fianco non le era noto. I due gentiluomini salutarono con grazia le donne del seguito, poi si avvicinarono alla regina che se ne stava da sola qualche metro più in là. Smontarono agilmente, quindi si inchinarono di fronte alla bellissima donna. Lancillotto fu subito preso da un tremito fortissimo, che non appariva in nessun modo in grado di dominare, sicché il compagno, temendo che la propria presenza lo imbarazzasse, si allontanò con un pretesto e raggiunse le damigelle.

"Signore, molto ho dovuto attendere prima di potervi vedere, sebbene fossi assai desiderosa di incontrarvi. Ma ditemi: siete davvero voi il prode che da solo ha saputo vincere ogni avversario nei due giorni di battaglia?"

"Non spetta solo a me il merito della vittoria, ma anche a tanti valorosi cavalieri" rispose con modestia Lancillotto.

"Foste voi, tuttavia, a portare armi rosse durante il primo scontro e nere in quello successivo?"

"Sì signora, fui io"

"È strano che nulla si sappia di un uomo che ha saputo dare tali prove di sé. Chi vi ha ordinato cavaliere?"

"Foste voi, dolce signora"
La regina apparve assai sorpresa di quelle parole, e invano cercava di ricordare in quale occasione ciò fosse accaduto.
Dominando l'emozione che ancora lo attanagliava, il giovane ricordò che Artù lo aveva fatto cavaliere, ma che la spada che egli sempre impugnava era un dono di lei, che gliel'aveva mandato dopo la liberazione della dama di Nohant. Perciò si riteneva servitore non di Artù, ma della regina, poiché è la spada il vero segno della cavalleria.
Ginevra rimase piacevolmente stupita che il bellissimo giovane che le stava di fronte fosse lo stesso che aveva compiuto quella splendida impresa, e ancor più lo ammirò quando seppe che era stato lui, ancora, a liberare il castello della Dolorosa Guardia.

"Voi siete dunque Lancillotto, figlio del nobile Ban, signore di Benoic, come era scritto nella tomba della Dolorosa Guardia."
Poi, di fronte al silenzio del cavaliere, continuò:

"Imprese come queste non si compiono se non per amore di una donna. Ditemi, se non sono indiscreta: chi è costei?"

Un forte rossore attraversò come un lampo il viso di Lancillotto, che poi impallidì come se nel suo corpo non vi fosse più sangue:
"Siete voi, signora" disse con un filo di voce.

"Dunque voi mi amate? E da quando?" "Dal primo momento in cui vi vidi." 

Pronunciate queste parole, il giovane fu preso da un tale tremito che non poté più parlare. Galeotto, che, pur stando a una rispettosa distanza, osservava la scena, vide l'amico in difficoltà e intervenne prontamente.

"Signora, vedete come soffre quest'uomo.
Solo a voi è dato il potere, di cancellare i suoi tormenti: fatelo, in nome di ciò che egli ha fatto per voi."

"Come posso lenire il suo dolore?" domandò la regina.

"Promettetegli di diventare per sempre la sua dama ed egli sarà l'essere più felice detta terra". 

"Così sia - pronunciò a bassavoce, ma con tono sicuro Ginevra - lo prometto." 

Tale fu la gioia di Lancillotto che egli credette di non poterla sopportare e di cadere morto al suolo. Ma non morì, e non morì neppure quando la più bella delle donne, per nulla turbata dalla presenza di Galeotto, gli si avvicinò e unì le labbra alle sue in un dolcissimo, interminabile bacio.


Amor, ch’a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m’abbandona

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.
Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
Amor condusse noi ad una morte:
Caina attende chi a vita ci spense».
Queste parole da lor ci fuor porte.
Quand’io intesi quell’anime offense,
china’ il viso e tanto il tenni basso,
fin che ’l poeta mi disse: «Che pense?».
Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!».
Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.
Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette Amore
che conosceste i dubbiosi disiri?».
E quella a me: «Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa ’l tuo dottore.
Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.
Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
Per più fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
Quando leggemmo il disiato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante.

Dante - Inferno - Canto V - vv 100 -138


sul seno delle ore sognate

Il giorno non sorge mai per chi poggia la testa sul seno delle ore sognate...

Fernando Pessoa




venerdì 24 giugno 2011

con gli occhi ti tocco, ti guardo con le mani

Rumori confusi, incerto chiarore.
Inizia un nuovo giorno,
è una stanza in penombra
e due corpi distesi.
Nella fronte mi perdo
In un pianoro vuoto.
Già le ore affilano i rasoi.
Ma al mio fianco tu respiri;
intimamente mia eppur remota
fluisci e non ti muovi.
Inaccessibile se ti penso,
con gli occhi ti tocco,
ti guardo con le mani.
I sogni ci separano
ed il sangue ci unisce:
siamo un fiume di palpiti.
Sotto le tue palpebre matura
il seme del sole.
Il mondo
non è ancora reale,
il tempo è dubbio:
solo il calore della tua pelle
è vero.
Nel tuo respiro ascolto
la marea dell'essere,
la sillaba scordata del Principio.

Octavio Paz


I' te vurría vasá...

Ah! Che bell'aria fresca...
Ch'addore 'e malvarosa...
E tu durmenno staje,
'ncopp'a sti ffronne 'e rosa!
'O sole, a poco a poco,
pe' stu ciardino sponta...
'o viento passa e vasa
stu ricciulillo 'nfronte!
I' te vurría vasá...
I' te vurría vasá...
ma 'o core nun mm''o ddice
'e te scetá...
'e te scetá!...
I' mme vurría addurmí...
I' mme vurría addurmí...
vicino ô sciato tujo,
n'ora pur'i'...
n'ora pur'i'!...
Tu duorme oje Rosa mia...
e duorme a suonno chino,
mentr'io guardo, 'ncantato,
stu musso curallino...
E chesti ccarne fresche,
e chesti ttrezze nere,
mme mettono, 'int''o core,
mille male penziere!
I' te vurría vasá...
............................
Sento stu core tujo
ca sbatte comm'a ll'onne!
Durmenno, angelo mio,
chisà tu a chi te suonne...
'A gelusia turmenta
stu core mio malato:
Te suonne a me?...Dimméllo!
O pure suonne a n'ato?
I' te vurría vasá...



Ah! che bell'aria fresca
che odore di malvarosa.
E tu stai dormendo
sopra queste foglie di rosa.

Il sole a poco a poco
spunta per questo giardino;
il vento passa e bacia
questo ricciolo sulla fronte.

Io vorrei baciarti...
Ma non ho il coraggio
di svegliarti.
Io vorrei addormentarmi
vicino al tuo fiato
anch' io per un'ora!

Tu dormi, o Rosa mia?
E dormi profondamente;
mentre io guardo incantato
questa bocca corallina.

E queste carni fresche,
e queste trecce nere,
mi mettono nel cuore
mille cattivi pensieri.

Io vorrei baciarti...
Ma non ho il coraggio
di svegliarti.
Io vorrei addormentarmi
vicino al tuo fiato
anch' io per un'ora!


tutto ciò sono le nostre due anime

Due rosse lingue di fuoco 
che allo stesso tempo avvinte 
si avvicinano, e baciandosi 
formano una sola fiamma; 
due note che dal liuto 
a un tempo strappa la mano, 
e nello spazio s'incontrano 
e armoniose s'abbracciano; 
due onde che insieme giungono 
per morire sulla spiaggia, 
e al rompersi s'incoronano 
di un'aureola argentata ; 
due brandelli di vapore 
che dal lago si sollevano, 
e all'unirsi là nel cielo 
formano una nuvola bianca; 
due idee che all' unisono sbocciano 
due baci che a un tempo schioccano; 
due echi che si confondono 
tutto ciò sono le nostre due anime.

Gustavo Adolfo Becquer



Viniste a mi Como poesia en la cancion Mostrandome Un nuevo mundo de pasion

Viniste a mi
Como poesia en la cancion
Mostrandome
Un nuevo mundo de pasion

Amandome
Sin egoismo y sin razon
Mas sin saber
Que era el amor
Yo protegi mi corazon

El sol se fue
Y yo cantando tu cancion
La soledad
Se aduena de toda emocion

Perdoname
Si el miedo robo mi ilusion
Viniste a mi
No supe amar
Y solo queda esta cancion

Viniste a mi
Como poesia en la cancion
Mostrandome
Un nuevo mundo de pasion

Amandome
Sin egoismo y sin razon
Mas sin saber
Que era el amor
Yo protegi mi corazon

El sol se fue
Y yo cantando tu cancion
La soledad
Se aduena de toda emocion

Perdoname
Si el miedo robo mi ilusion
Viniste a mi
No supe amar
Y solo queda esta cancion


giovedì 23 giugno 2011

ti amo col respiro, i sorrisi, le lacrime dell’intera mia vita!

Come ti amo? - Come ti amo? Lascia che ti annoveri i modi.

Ti amo fino agli estremi di profondità,
di altura e di estensione che l’anima mia
può raggiungere, quando al di là del corporeo
tocco i confini dell’Essere e della Grazia Ideale.
Ti amo entro la sfera delle necessità quotidiane,
alla luce del giorno e al lume di candela.
Ti amo liberamente, come gli uomini che lottano per la Giustizia;
Ti amo con la stessa purezza con cui essi
rifuggono dalla lode;
Ti amo con la passione delle trascorse sofferenze
e quella che fanciulla mettevo nella fede;
Ti amo con quell’amore che credevo aver smarrito
coi miei santi perduti, - ti amo col respiro,
i sorrisi, le lacrime dell’intera mia vita! - e,
se Dio vuole, ancor meglio t’amerò dopo la morte.



Elizabeth Barrett Browning


e sei tu e sono io ed è camminarti in circolo dare ai tuoi fatti dimensione d'arco e solo col tuo impulso dirti la parola

È il tuo nome ed è anche ottobre
è il divano e i tuoi unguenti
è lei tu la giovane dei turbamenti
e sono le colombe in voli segreti
ed è l'ultimo gradino della torre
ed è l'amata che spia l'amore al riparo
ed è quel che si può dare in ogni movimento e gli oggetti
e sono i padiglioni
e il non essere interamente in un'azione
ed è il Canto dei Cantici
ed è l'amore che ti ama
ed è un riassunto di veglia
di vigilanza sola al margine della notte
al margine del sognatore e degli insonni
è anche aprile e novembre
e le perturbazioni interne di agosto
ed è la tua nudità
che assorbe la luce degli specchi
ed è la tua capacità di grano
di lasciarti guardare nelle cose
e sei tu e sono io
ed è camminarti in circolo
dare ai tuoi fatti dimensione d'arco
e solo col tuo impulso dirti la parola

Homero Aridjis


no man's land

Nella vita di ognuno esistono momenti - quando la porta sbattuta all'improvviso e senza alcun visibile motivo di colpo si riapre, quando lo spioncino chiuso un attimo fa viene di nuovo aperto, quando un brusco "no" che sembrava irrevocabile si muta in "forse" -, momenti in cui il mondo intorno a noi si trasfigura, e noi stessi ci riempiamo di speranza come di nuovo sangue. È stata concessa una proroga a qualcosa di ineluttabile, definitivo; [...] Una voce ci avverte che non tutto è perduto. E con gambe tremanti e lacrime di gratitudine passiamo nel locale adiacente, dove ci pregano di "aspettare un poco" prima di spingerci nel baratro. [...] Fin dai primi anni della mia giovinezza, pensavo che ognuno di noi ha la propria no man's land, in cui è totale padrone di se stesso. C'è una vita a tutti visibile, e ce n'è un'altra che appartiene solo a noi, di cui nessuno sa nulla. Ciò non significa affatto che, dal punto di vista dell'etica, una sia morale e l'altra immorale [...] Semplicemente, l'uomo di tanto in tanto sfugge a qualsiasi controllo, vive nella libertà e nel mistero, da solo o in compagnia di qualcuno, anche soltanto un'ora al giorno, o una sera alla settimana, un giorno al mese; vive di questa sua vita libera e segreta da una sera (o da un giorno) all'altra, e queste ore hanno una loro continuità. Queste ore possono aggiungere qualcosa alla vita visibile dell'uomo oppure avere un loro significato del tutto autonomo; possono essere felicità, necessità, abitudine, ma sono comunque sempre indispensabili per raddrizzare la linea generale dell'esistenza. Se un uomo non usufruisce di questo suo diritto o ne viene privato da circostanze esterne, un bel giorno scoprirà con stupore che nella vita non s'è mai incontrato con se stesso e c'è qualcosa di malinconico in questo pensiero. [...]


In questa no man's land, dove l'uomo vive nella libertà e nel mistero, possono accadere strane cose, si possono incontrare altri esseri simili, si può leggere e capire un libro con particolare intensità, o ascoltare musica in modo anch'esso inconsueto, oppure nel silenzio e nella solitudine può nascere il pensiero che in seguito ti cambierà la vita, che porterà alla rovina o alla salvezza. Forse in questa no man's land gli uomini piangono, o bevono, o ricordano cose che nessuno conosce, o osservano i propri piedi scalzi, o provano una nuova scriminatura sulla testa calva, oppure sfogliano una rivista illustrata con immagini di belle donne seminude e muscolosi lottatori - non lo so, e non lo voglio sapere. Da bambini e persino da giovani (come probabilmente anche da vecchi) non sempre avvertiamo il bisogno di quest'altra vita.
Ma non bisogna credere che quest'altra vita, questa no man's land, sia la festa e tutto il resto i giorni feriali. Non per questa via passa la distinzione: solo per quella del mistero assoluto e della libertà assoluta. [...] Voglio dirvi ancora una cosa: se permettiamo a qualcuno di organizzare la nostra no man's land, alla fin fine, secondo logica, arriveranno a rinchiuderti in una lussuosa camera di un lussuoso albergo, e bruceranno i tuoi libri, e allontaneranno da te tutti quelli che ami. Basta cedere una volta - e non ci saranno più limiti, e tutto ti verrà tolto; dov'è il confine [...]? Dove saranno allora mistero e libertà?
Nina Berberova - Il giunco mormorante


Entrare nell’enclave monastica del buio e del silenzio


Istruzioni per dormire

Certo, addormentarsi.
Scacciare la luna
dalla finestra.
Mettere in contumacia
le zanzare.
Stabilire per i gatti
lo spazio notturno.
Zittire i malinconici
cani dei vicini.
Chiudere l’udito
a tutti i rumori
tranne a quello della pioggia.
Relegare tutti i pensieri
angosciosi nel posto
che gli spetta,
nel tempo passato
o futuro.
sistemare i sentimenti
nei reconditi
meandri del cuore,
in astucci
chiusi a chiave fino all’alba.
Reprimere i dolori.
Controllare i desideri
e superare le offese.
Non comporre poesie.
Afferrare il filo di una storia
e inventare una favola.
Fungere da mamma a se stessi.
Essere la propria amata.
Coprire di baci
il cuore insoddisfatto.
Coprire con una coperta
le membra infreddolite.
Entrare
nell’enclave monastica
del buio e del silenzio.
Andare lontano.
In capo al mondo.
Al confine dei sogni e dei non sogni.
E magari
ancora più lontano.

Kajetan Kovič



Formiamo un territorio immateriale

Ma quando stiamo seduti vicini, insieme, parlando ci fondiamo uno nell’altra. Siamo alonati di nebbia. Formiamo un territorio immateriale.

Sembra che tutti agiscano solo nell’istante, senza futuro. Senza futuro. Quest’urgere è tremendo.

Mi aggrapperò per tutta la vita alla superficie delle parole.

Non voglio che la gente, quando entro io, alzi gli occhi con ammirazione. Voglio donare, voglio ricevere, e voglio solitudine in cui aprire i miei possessi.

Quelli che mi hanno disprezzato riconosceranno la mia sovranità. Ma per una qualche legge imperscrutabile del mio essere, la sovranità e il possesso del potere non saranno sufficienti; mi spingerò sempre, aprendo le tende, verso l’intimità, e desidererò qualche solitaria parola sussurrata. Perciò me ne vado dubbioso, ma esaltato; temendo un dolore intollerabile; eppure, nel mio avventuroso andare, mi ritengo destinato ad essere vittorioso dopo grave sofferenza; destinato, certamente, a scoprire alla fine il mio desiderio.

Adesso diventa chiaro che io non sono unico e semplice, ma complesso e molteplice.

In un mondo che contiene il momento presente, perchè fare discriminazioni? Non si dovrebbe nominare mai nulla, per non cambiarlo.

Siamo condannati, tutti quanti. Le donne passano strascicando i piedi con la borsa della spesa. La gente continua a passare. Ma non mi distruggerai. Per un momento, per questo solo momento, noi siamo insieme. Ti stringo a me. Vieni, dolore, nutriti di me. Affondami le zanne nella carne. Fammi a pezzi. Io singhiozzo, singhiozzo.

Sono sola in un mondo ostile. Il volto umano è repellente. Questo mi va a genio. Voglio pubblicità e violenza ed essere sbattuta come una pietra contro le rocce. Amo le ciminiere delle fabbriche, le gru e i camion. Mi piace veder passare facce su facce, deformate, indifferenti. Sono nauseata dalla gradevolezza. Sono nauseata dalla privacy. Guado acque furiose e affonderò senza che nessuno mi salvi.

Non ci può essere dubbio che le nostre vite meschine, sgradevoli a vedersi come sono, si rivestono di splendore e acquistano significato soltanto sotto gli occhi dell’amore.

Dobbiamo opporci allo spreco e alla deformità del mondo, alle sue folle che turbinano in mulinelli, violentemente rigettate e scalpitanti.

Tu sei tu. E’ questo che mi consola della mancanza di tante cose - sono brutto, sono debole - e della cattiveria del mondo, e della fuga della giovinezza, e dell’amarezza e del rancore e delle invidie innumerevoli.

Virginia Woolf






Da lì si contempla lo spettacolo del mondo

Meglio confessarlo subito: io sono uno di quelli che si siedono sulle panchine pubbliche. Non solo nei belvedere o sui poggi panoramici, di fronte a un lago o sul lungomare, ma nei parchi, nei giardinetti, nelle piazze e nei viali, ovunque. Potreste anche avermi visto, magari di sottecchi. O più probabilmente avete evitato di guardarmi. Perché da qualche tempo chi si siede su una panchina, nelle nostre città, più che anonimo diventa invisibile. Lo scrittore Luciano Bianciardi raccontò che, nella Milano dei primi anni ’60, quella del boom economico, fu arrestato per strada perché camminava troppo lentamente, strascicando i piedi. Oggi stare in panchina è un’anomalia sociale più grave, se chi si siede si sottrae non solo alle regole non scritte dell’efficienza, ma allo sguardo degli altri. Se non si è anziani, donne incinte o con carrozzina, se si è maschi o femmine adulti, chi sta in panchina è poco raccomandabile. Nel migliore dei casi si è disoccupati, sfaccendati, vite di riserva. Eppure è l'ultimo simbolo di qualcosa che non si compra, di un modo gratuito di trascorrere il tempo e di mostrarsi in pubblico, di abitare la città. La panchina è il margine del mondo, vacanza di chi non va in vacanza, ma anche il posto ideale per osservare quello che accade: ovunque sia, è il centro dell’universo. Da lì si contempla lo spettacolo del mondo, ci si dà il tempo di perdere il tempo, come leggere un romanzo. Si guarda senza essere visti. Ecco alcuni dei non piccoli piaceri del sedersi su una panchina. Le mie preferite sono quelle verdi a onda di una volta, di legno, in via di estinzione. Ma tutte le panchine sono oggi in via di estinzione. Come se la loro gratuità (la loro grazia), nel nuovo orizzonte del welfare fosse assolutamente da bandire...

Beppe Sebaste


Amado mio

Amado mio
Love me forever
And let forever begin tonight

Amado mio
When we're together
I'm in a dream world
Of sweet delight

Many times I've whispered
Amado mio
It was just a phrase
That I heard in plays
I was acting a part

But now when I whisper
Amado mio
Can't you tell I care
By the feeling there
'Cause it comes from my heart

I want you ever
I love my darling
Wanting to hold you
And hold you tight

Amado mio
Love me forever
And let forever
Begin tonight

Many times I've whispered
Amado mio
It was just a phrase
That I heard in plays
I was acting a part

But now when I whisper
Amado mio
Can't you tell I care
By the feeling there
'Cause it comes from my heart

I want you ever
I love my darling
Wanting to hold you
And hold you tight

Amado mio
Love me forever
And let forever
Begin tonight
And let forever
Begin tonight
And let forever
Begin tonight

Amado mio
Love me forever
And let forever begin tonight

Amado mio
When we're together
I'm in a dream world
Of sweet delight

Many times I've whispered
Amado mio
It was just a phrase
That I heard in plays
I was acting a part

But now when I whisper
Amado mio
Can't you tell I care
By the feeling there
'Cause it comes from my heart

I want you ever
I love my darling
Wanting to hold you
And hold you tight

Amado mio
Love me forever
And let forever
Begin tonight

Many times I've whispered
Amado mio
It was just a phrase
That I heard in plays
I was acting a part

But now when I whisper
Amado mio
Can't you tell I care
By the feeling there
'Cause it comes from my heart

I want you ever
I love my darling
Wanting to hold you
And hold you tight

Amado mio
Love me forever
And let forever
Begin tonight
And let forever
Begin tonight
And let forever
Begin tonight


...stanchi di non trovarsi

Sono lontane da me le ore del tuo amore,
sotto una luce di neve,
in qualche città che non conosco.
Le nostre vite si raggiungono, si confondono,
si scambiano singhiozzi, baci, sogni
ma siamo lontani miglia l’uno dall’altra,
forse in secoli diversi
su due pianeti erranti che si cercano
stanchi di non trovarsi

Eugenio Montejo


mercoledì 22 giugno 2011

Samba della rosa

Rosa da vedere
Rosa da sognare
Rosa da volere
Rosa da strappare
Rosa da vestire
Rosa da spogliare
Rosa da capire
E da perdonare
Rosa da servire
E da imprigionare
Rosa da impazzire
Rosa da implorare
Rosa da fuggire
E da ritrovare
E se cè una rosa
Donna di più
È primavera:
una rosa tu sei
vieni a piantare
una rosa
nei sogni miei



L’avere

Resta, al sommo di tutto, questa capacità di tenerezza
Questa perfetta intimità con il silenzio
Resta questa voce intima che chiede perdono di tutto:

- Pietà! perché essi non hanno colpad'esser nati...
Resta quest'antico rispetto per la notte, questo parlar fioco
Questa mano che tasta prima di stringere, questo timore
Di ferire toccando, questa forte mano d'uomo
Piena di dolcezza verso tutto ciò che esiste.
Resta quest'immobilità, questa economia di gesti
Quest'inerzia ogni volta maggiore di fronte all'infinito
Questa balbuzie infantile di chi vuol esprimere l'inesprimibile
Questa irriducibile ricusa della poesia non vissuta.
Resta questa comunione con i suoni, questo sentimento
Di materia in riposo, questa angustia della simultaneità
Del tempo, questa lenta decomposizione poetica
In cerca d'una sola vita, una sola morte, un solo Vinícius.
Resta questo cuore che brucia come un cero
In una cattedrale in rovina, questa tristezza
Davanti al quotidiano; o quest'improvvisa allegria
Di sentir passi nella notte che si perdono senza memoria...
Resta questa voglia di piangere davanti alla bellezza
Questa collera di fronte all'ingiustizia e all'equivoco
Questa immensa pena di se stesso, questa immensa
Pena di se stesso e della sua forza inutile.
Resta questo sentimento dell'infanzia sventrato
Di piccole assurdità, questa sciocca capacità
Di rider per niente, questo ridicolo desiderio d'esser utile
E questo coraggio di compromettersi senzanecessità.
Resta questa distrazione, questa disponibilità, questa vaghezza
Di chi sa che tutto è già stato come è nel tornar ad essere
E allo stesso tempo questa volontà di servire, questa contemporaneità
Con il domani di quelli che non ebbero ieri né oggi.
Resta questa incoercibile facoltà di sognare
Di trasformare la realtà, dentro questa incapacità
Di non accettarla se non come è, e quest'ampia visione
Degli avvenimenti, e questa impressionante
E non necessaria prescienza, e questa memoria anteriore
Di mondi inesistenti, e questo eroismo
Statico, e questa piccolissima luce indecifrabile
Cui i poeti a volte danno il nome di speranza.
Resta questo desiderio di sentirsi uguale a tutti
Di riflettersi in sguardi senza curiosità e senza storia
Resta questa povertà intrinseca, questa vanità
Di non voler essere principe se non del proprio regno.
Resta questo dialogo quotidiano con la morte, questa curiosità
Di fronte al momento a venire, quando, di fretta
Ella verrà a socchiudermi la porta come una vecchia amante
Senza sapere che è la mia ultima innamorata.

Vinícius de Moraes







Se no, è come amare una donna solo bella e beh! Una donna deve avere qualche cosa in più della bellezza.

Allegria è la miglior cosa che esiste
È così come un sole dentro il cuore
Ma se vuoi dare a un samba la bellezza
Hai bisogno di un poco di tristezza
Se, non è bello un samba, no

[Parlato]
Se no, è come amare una donna solo bella e beh! Una
donna deve avere qualche cosa in più della bellezza.
Qualche cosa che piange, qualche cosa che ha malinconia
un'aria di amore tribolato; una bellezza che viene dalla
tristezza di sapersi donna fatta per amare, per soffrire
d'amore e per essere solo perdono

Fare un samba non è una barzelletta
Chi fa un samba così non è poeta
Il samba è preghiera, se lo vuoi
Samba è la tristezza fatta danza
Tristezza che ha sempre la speranza
Di non essere triste prima o poi.

[Parlato]
Prendi tutti quelli che vanno in giro e scherzano conla
vita. Attento, amico! La vita è una cosa seria e non ti
sbagliare, eh? Ce n'è una sola!
Due, che sarebbe meglio, nessuno mi convincerà che ci
sono senza provarmelo con prove definitive, cioé:
certificato rilasciato dal Notaio del Cielo e sottoscritto:
Dio (e con la firma autenticata).
La vita, amico, è l'arte dell'incontro, malgrado ci siano
tanti disaccordi nella vita. C'è sempre per te una donna
in attesa, gli occhi pieni d'amore, le mani piene di
perdono: metti un poco d'amore nella tua vita, come nel
tuo samba

Metti un poco d'amore dentro un ritmo
E vedrai che nessuno al mondo vince
La bellezza che c'é in un samba, no
Perché il samba è venuto da Bahia
E se è bianco di pelle in poesia
E' nero nell'anima e nel cuore.

[Parlato]
Io, per esempio, il Capitano delle Indie Vinicius de
Moraes, il bianco più negro del Brasile, diretto
discendente del re Xangò
Saravà, cioé salve!
Benedizioni, grandi sambisti del mio Brasile bianco, nero,
mulatto, bello e liscio come la pelle della dea Oxum
Benedizione Antonio Carlos Jobim, compagno di canzoni
e caro amico che tanti samba hai viaggiato con me e
ancora tanto viaggerai!

Benedizione, Baden Powell, compagno nuovo amico
nuovo che hai fatto questo samba come me: benedizione a te!
Benedizione, Chico Buarque de Hollanda
Tu che non chiedi, comandi
Tu che hai nel cuore una banda
Tu che appena parti, già sei arrivato!
Il samba ti guardi, compare mio.
E ora, tornando al portoghese, la mia
lingua, voglio salutare i grandi amici del samba, in Italia, gli
uomini che hanno portato il samba in Italia, gli
uomini e le donne che amano il samba in Italia
Benedizione, Endrigo, tu che sei e sei stato tanto amico e
canti questo disco con me: benedizione, amico!
Benedizione ai bambini che hanno inciso questo disco
con me, io li benedico!
Benedizione, Ungaretti, che quando ti penso
M'illumino d'immenso
Tu che sei immenso, tu che sei denso, tu che sei intenso,
Benedizione, Ungaretti, mio paparino e fratello!
Benedizione, Ungaretti, che sto partendo
E devo dirti addio.

Perché il samba è venuto da Bahia
E se è bianco di pelle in poesia
E' negro nell'anima e nel cuore.






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