La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori.
Alda Merini

venerdì 19 agosto 2011

Il potere della musica sul cuore umano - ode irregolare - Alexander’s Feast

Volgea festivo il giorno,
Che il guerrier figlio di Filippo avea
Doma la Persia: alteramente adorno
Di lauri in trono d’or egli sedea,
Simile a Nume; e fea
A lui corona intorno
Schiera di duci egregi,
Di Macedonia il fiore,
Cui, per nobil conforto,
Del gravoso di Marte aspro sudore,
Di mirti e rose il crin velava Amore.
Sembiante a vaga giovinetta sposa,
In desìo di piacer composta il viso,
Taide grazïosa
Premea dorato scanno al re vicina;
E partendo con lui gli sguardi e ’l riso,
Traea di sua beltate
Leggiadro orgoglio, e da sua fresca etate.
Bella coppia! a voi comparte
Giove amico il suo favor:
Ben co’ i lauri ancor di Marte
I suoi mirti intreccia Amor.
d’ogni canto signor, signor del suono
E degli affetti, in mezzo
A coro armonïoso
Primier Timoteo sta: vibra con l’agili
Dita le corde de l’eburnea lira,
E in mille vari errori
l’aere agitato inonda
Soavità d’armonici tremori,
E ineffabil dolcezza è l’alme inspira.
Ed egli il canto incominciò dal Nume,
Che per amor, ch’a’ Dei pur regna in petto,
Lascia l’Olimpo, il Dio nasconde, e assume
Di simulato drago il vero aspetto.

”A la terrena Olimpia
Estro d’amor lo stimola;
Già le va presso, e al morbido
Seno si rota, e avvolgele
Col serpeggiar girevole
De le lucenti spoglie
Il molle grembo eburneo,
Che scosso trema, e conscio
De la divina immagine,
Gioia del suol Macedone,
Del mondo intier, de gli uomini
Conquistatore ed arbitro.”
Dal canto attonito
Pende il Monarca;
Arde di giubilo,
Il ciglio inarca:
Già un Dio s’ immagina:,
L’aria ne prende,
E l’ordin medita,
De le vicende;
Dal sopracciglio
Arduo fa segno,
E pargli scuotere
De gli astri il regno.
Tutti in giocondo fremito
Dan plauso e voti al nume, e a lui festeggiano;
E in vicendevol tremito
Le ripercosse volte al nume echeggiano.
Ma di Bacco in Lidj modi
L’alte lodi
Il gentil musico intona:
”Vezzo e brio,
Ecco ei viene, il giovin Dio,
Cinto d’Indica corona!
Squillin trombe, il flauto echeggi,
Romoreggi
Cupo timpano proteso:
Ecco il Dio, si mostra al tondo
Rubicondo,
Volto e a l’occhio
Di vin pretto arrubinate
Tazze aurate
Largo a’ labbri offran tesoro;
A gli affanni pur col bere
Le guerriere
Alme traggono ristoro.
Grande in pace, grande in guerra,
Grande in terra,
Grande in ciel, grande in Averno,
Salve, o nume Agenorèo,
Semelèo,
O Figliuol di Giove eterno!
Tu ne’ regni ignoti al giorno
d’àureo corno
Discendesti il fianco armato;
Al tuo piè Cerbero giacque
Steso, e tacque
Il tergemino latrato
Monte a monte impose Reco,
Che far bieco
Volea fraude a’ Dei. celesti;
Ma ne l’orrida tenzone
Di lione
Tu co l’ugna il ritorcesti“
Ebbro dal canto il Re s’accende, e spira
Fiamma di Marte: tre fiate in guerra
L’oste disfida. di magnanim’ira
Folgoreggiando, e alfin la pone a terra.
Minaccevole il guardo intorno gira;
E a i numi de l’Olimpo e de la terra
Medita assalito, e a que’ de l’ombre orrende.
Timoteo il guata, e ’l modular sospende.
Indi a frenar quell’oltraggioso vanto,
Che a lui di folle brama occupa l’alma,
Sposa a la cetra lamentevol canto,
E gli distilla in cor tacita calma:
”Rammenta Dàrio, che fu buon cotanto,
E a tutt’altri in virtù tolse la palma
Lo trabocca dal soglio il fato avverso:
Nel tradito suo sangue eccol sommerso.
Odi qual de’ suoi gemiti risuoni
Quella, ch’esangue ei preme, arena ignuda!”
Non v’ha di mille, cui largì suoi doni,
Pur un, che i moribondi occhi gli chiuda
Come pastor, se d’improvviso tuoni
S’ammuta e attrista il Re; la varia e cruda
Sorte volgendo iu cor: gli sorge intanto
Su le labbra il sospir, su gli occhi il pianto.
Ride Timoteo e scorge
Che non è lungi a intenerirgli ’l core
Seguace di pietà senso d’amore:
E in suon più languido la cetra tocca;
Amor gli piove soave a l’animo
Qual placidissima neve che fiocca
“Folle chi compera nome guerriero
Di sangue a prezzo: lode e vittoria
È van fantasima e passeggiero;
Che solo aggirasi su desolate
Piagge, che il viso di morte spirato,
Ferale imagine di crudeltate
Quanto fia meglio che uccider mille,
Che a noi natura nascer fe’ simili,
A la face ardere di due pupille!
Se al tuo grand’animo di palme oggetto
Degno fu il mondo, nel mondo pascere
Dee il tuo grand’animo pace e diletto.
La bella Taide ti posa allato;
Del ben t’allegra, che i Dei ti dierono:
Ella può renderti sola beato.
Dal seno candido al vago viso
Vanno gli Amori, le Grazie tornano,
E vanno e tornano gli Scherzi e ’l Riso.“
Di cento l’aere plausi risuona;
Volteggia Amore su l’ali e giubila,
E ’l destro Musico di fior corona.
E il Re, mal-abile celar sua pena,
Furtivamente sogguarda il roseo
Fior de la guancia di vezzi piena:
In lei specchiandosi, de gli occhi suoi
Idol la dice, la dice premio
Invidïabile da cento eroi.
La dice, e palpita; faccia con faccia
Oppon bramoso pur di ravvolgersi
Nel molle avorio de le sue braccia.
Cosi l’indomito, che l’Indo e il Perso
Sommise, in grembo d’imbelle femmina
Il destin lascia de l’Universo.
Ma qual fiero suon guerriero
Da la cetera s’ innalza!
Che motore di terrore
Ripercosso si rimbalza!
Qual colpo di tuono,
Che l’etra fracassi,
Avvien che quel suono
L’orecchio trapassi
Di lui, che languendo
In seno a l’Argiva,
Dal suono tremendo
Percosso ravviva,
Sopito nel core
L’antico valore.
Vendetta al fin, grida il Cantor; s’ indrizzano
L’angui-crinite a te Furie terribili;
Odi de’ serpi, che a’ lor crin si rizzano,
Forieri di spavento i crudi sibili.
Ve’ quai da gli occhi vampeggianti schizzano
Rosse scintille! ve’ quali ombre orribili
Il nostro giorno riveder non temono,
Tetre faci agitando, e roche gemono!
Queste de’ Greci son l’ombre, che presero
Il suol co’ denti un dì pugnando impavidi;
Nè a’ corpi lor i dritti onor si resero,
Che ingombran senza tomba, esca degli avidi
Avoltor, le campagne, in cui difesero
Le tue fortune, o Re, di valor gravidi.
Vendica i guerrier tuoi; essi tel chieggono:
L’Eliso inonorate ombre non veggono.
Sia de le faci a te, ch’essi raggirano,
Il livido chiaror duce ed esempio.
Ve’ come queste a menar vampo aspirane
Tra’ Persi, e a far di lor l’ultimo scempio?
Quelle i raggi cambiando in un cospirano
De’ numi ostili a incenerire il tempio.
Rompi gl’indugi, va dove t’additano
L’ombre de’ tuoi, che a trionfar t’ invitano.
Come da morte o da sonno profondo,
Che de la morte è imagin viva e vera,
Scosso raccoglie il domator del mondo
La feroce de l’alma indol primiera;
E la spada e l’usbergo ed il rotondo
Scudo obbliando, impugna atra lumiera:
E dietro a Taide, che grida vendetta,
A Persepoli il fato ultimo affretta.
Così, quand’era ancor l’organo muto,
A risvegliare amor, ira, e pietate
Su’l vocal plettro arguto
Timoteo i dotti numeri fingea;
E già in suo cor credea
Passar solingo a la più tarda etate
Sopra quanti mai fama ebber da l’arte.
Ma poi te vide il giorno
Spirar, Vergine Santa, aura di vita,
Te di bei modi alma inventrice, e Diva,
E far invidia e scorno
A l’alterezza Argiva
Sdegnosa invano del secondo onore.
Che tu d’inenarrabile splendore
Nobilitasti il musical concento,
Gravido anch’esso de l’immenso ardore,
Che t’appressava al tuo fattor; e quando
Scioglievi agl’inni l’ali
Con pregar pace a’ miseri mortali,
Da lo stellante trono
Scendea grazia e perdono.

John Dryden


Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.

LinkWithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...