La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori.
Alda Merini

giovedì 18 agosto 2011

La chioma di Berenice - Catullo, LXVI

Chi scrutò dell'immenso firmamento
tutte le luci e apprese delle stelle
albe e tramonti e come il fiammeggiante
lume del sole rapido si oscuri
e in tempi fissi le costellazioni
vengano meno e come il dolce Amore
tra le rocce del Latmo di nascosto
spinga lontano Trivia, dirottandola
dal suo giro nell'aria, quel Conone
nel chiarore celeste vide me,
una ciocca recisa dalla chioma
di Berenice, fulgida splendente,
che, tendendo le braccia levigate,
ella promise a molte dee, nel tempo
in cui, accresciuto dalle nuove nozze,
il re si era recato a devastare
le terre degli Assiri. Con sé aveva
dolci le tracce del notturno assalto
condotto alla conquista della vergine.
Hanno davvero un odio per l'amore
le nuove spose, oppure è falso il fiume
di lacrimette, sparso sulla soglia
della stanza nuziale, a render vana
la letizia del padre e della madre?
Così mi favoriscano gli dèi,
non sono vere lacrime: l'ho appreso
dal pianto intenso della mia regina,
quando il nuovo marito era sul fronte
di sinistre battaglie. O non piangevi,
rimasta sola, il letto abbandonato,
ma piuttosto il distacco doloroso
da un amato fratello? Quanto in fondo
fin nelle fibre invase da tristezza
l'ansia ti consumò! Come la mente
per la totale angoscia venne meno
e i sensi ti mancarono! Ma pure
avevo conosciuto il tuo coraggio
da quando eri bambina., O non ricordi
l'azione ben condotta - nessun altro
ne avrebbe con più forza l'ardimento -
con cui ottenesti per marito un re?
Ma che tristi parole hai pronunziate
allora, alla partenza dello sposo!
Per Giove, quanto spesso con la mano
sfregasti gli occhi! Qual è il grande dio
che ti mutò? E gli amanti perché mai
non vogliono restare separati
dal corpo amato? E allora agli dèi tutti
mi promettesti per il dolce sposo
- ed il sangue di toro non mancava -
se ottenesse il ritorno. In breve tempo
egli aggiunse ai confini dell'Egitto
la conquista dell'Asia. Ed io per questo,
resa al consesso dei celesti, sciolgo,
con un'offerta nuova, un voto antico.
Regina, a malincuore dal tuo capo,
a malincuore, mi staccai. Lo giuro
su te e sul capo tuo. Chi giura il falso
abbia la giusta pena. Ma col ferro
chi può stare alla pari? Anche quel monte,
il più alto di quanti sulla terra
travalichi passando il luminoso
figlio di Thia, venne abbattuto, quando
dettero vita i Medi a un nuovo mare
e in mezzo all'Athos navigò su flotta
la gioventù dei barbari. Se al ferro
cedono cose tali, dei capelli
cosa faranno mai? Tutta la razza
possa andare, per Giove, alla malora
dei Càlibi e di quanti sotto terra
per primi ricercarono la vena
e la tempra forgiarono del ferro!
Piangevano il mio caso le sorelle
della chioma, staccate poco prima,
quando il gemello dell'etiope Mèmnone
si presentò da me, cavallo alato
della Locrese Arsinoe, aprendo l'aria
col moto oscillatorio delle penne.
E, portandomi via, passò tra le ombre
del cielo in volo e dentro il casto grembo
di Venere mi pose. A questo scopo
aveva delegato il servo suo
la greca Zefiritide, abitante
sui lidi di Canòpo. Qui la dea,
- perché non solo la corona d'oro
dalle tempie di Arianna avesse posto
nel vario lume del divino cielo,
ma vi mandassi luce anch'io, la spoglia
offerta in dono da una testa bionda, -
mi pose, tra le antiche, stella nuova
che si accostava al tempio degli dèi
umida un poco d'acqua. Della Vergine
e del fiero Leone tocco gli astri,
nei pressi di Callisto Licaonia
volgo al tramonto, dirigendo il corso
dinanzi al lento Boote, che si immerge
nell'Oceano profondo, a stento tardi.
Ma sebbene mi calchino di notte
i passi degli dèi, mentre la luce
alla candida Tethi mi riporta
(mi sia lecito dirlo con tua pace,
Vergine di Ramnunte, non potrei
coprire il vero per nessun timore
e non svelare in pieno il mio pensiero,
neppure a costo d'esser fatta a pezzi
dalle parole ostili delle stelle),
non mi dà tanta gioia questo stato,
quanto mi cruccia l'essere lontana,
esser lontana dalla mia padrona
e dal suo capo. Ed io, priva con lei
d'ogni profumo, finché fu fanciulla,
molte semplici essenze con lei bevvi.
Ora voi che la fiaccola congiunse
nel giorno atteso, non abbandonate
ai concordi mariti il vostro corpo,
tolta la veste e denudato il seno,
prima di offrire a me dall'alabastro,
dall'alabastro vostro lieti doni.
La polvere leggera beva invano
le male offerte delle impure adultere:
non chiedo doni alle persone indegne.
Abiti sempre, spose, la concordia,
sempre l'amore senza interruzione
dentro le vostre case. Tu, regina,
quando, guardando le costellazioni,
nelle feste farai propizia Venere,
non lasciare che resti io che son tua
senza offerte di unguenti, ma piuttosto
onorami con doni sontuosi.
Magari rovinassero le stelle!
Vorrei tornare chioma di regina:
presso l'Acquario splenda pure Orione!

Catullo


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