La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori.
Alda Merini

giovedì 18 agosto 2011

La chioma di Berenice - Ugo Foscolo - Volgarizzamento della versione latina

Quei che spiò del mondo ampio le faci
Tutte quante, e scoprì quando ogni stella
Nasca in cielo o tramonti, e del veloce
Sole come il candor fiammeo si oscuri,
Come a certe stagion cedano gli astri,
E come Amore sotto a' Latmii sassi
Dolcemente contien Trivia di furto
E la richiama dall'aëreo giro,
Quel Conon vide fra' celesti raggi
Me del Berenicèo vertice chioma
Chiaro fulgente. A molti ella de' Numi
Me, supplicando con le terse braccia,
Promise, quando il re, pel nuovo imene
Beato più, partia, gli Assiri campi
Devastando, e sen gìa con li vestigi,
Dolci vestigi di notturna rissa
La qual pugnò per le virginee spoglie.
Alle vergini spose in odio è forse.
Venere? Forse a' genitor la gioia
Froderanno per false lagrimette
Di che bagnan del talamo le soglie
Dirottamente? Esse non veri allora,
Se me giovin gli Dei, gemono guai.
Ben di ciò mi assennò la mia regina
Col suo molto lamento allor che seppe
Vôlto a bieche battaglie il nuovo sposo:
E tu piangesti allora il freddo letto
Abbandonata, e del fratel tuo caro
II lagrimoso dipartir piangevi.
Ahi! tutte si rodean l'egre midolle
Per l'amorosa cura; il cuore tutto
Tremava; e i sensi abbandonò la mente.
La donzelletta non se' tu ch'io vidi
Magnanima? Lo gran fatto oblïasti,
Tal che niun de' più forti osò cotanto,
Però premio tu n'hai le regie nozze?
Deh che pietà nelle parole tue
Quando il marito accomiatavi! Oh quanto
Pianto tergeano le tue rosee dita
Agli occhi tuoi! Te sì gran Dio cangiava?
Dal caro corpo dipartir gli amanti
Non sanno mai? Tu quai voti non festi,
Propizïando con taurino sangue,
Per lo dolce marito agli Immortali
S'ei ritornasse! Né gran tempo volse
Ch'ei dotò della vinta Asia l'Egitto.
Per questi fatti de' Celesti al coro
Sacrata, io sciolgo con novello ufficio
I primi voti. A forza io mi partia,
Regina, a forza; e te giuro e il tuo capo;
Paghinlo i Dei se alcun invan ti giura;
Ma chi presume pareggiarsi al ferro?
E quel monte crollò, di cui null'altra
Più alta vetta dall'eteree strade
La splendida di Thia progenie passa,
Quando i Medi affrettaro ignoto mare
E con le navi per lo mezzo Athos
Nuotò la gioventù barbara. Tanto
Al ferro cede! or che poriano i crini?
Tutta, per Dio! de' Calibi la razza
Pèra, e le vene a sviscerar sotterra
E chi a foggiar del ferro la durezza
A principio studiò. - Piangean le chiome
Sorelle mie da me dianzi disgiunte
I nostri fati, allor che appresentosse,
Rompendo l'aer con l'ondeggiar de' vanni,
Dell'Etïope Mennone il gemello
Destrier d'Arsinoe Locrïense alivolo:
Ei me per l'ombre eteree alto levando
Vola, e sul grembo di Venere casto
Mi posa: ch'ella il suo ministro (grata
Abitatrice del Canopio lito)
Zefiritide stessa avea mandato
Perché fissa fra' cerchi ampli del cielo
La del capo d'Arianna aurea corona
Sola non fosse. E noi risplenderemo
Spoglie devote della bionda testa.
Onde salita a' templi de' Celesti
Rugiadosa per l'onde, io dalla Diva
Fui posto fra gli antichi astro novello.
Però che della Vergine, e del fero
Leon toccando i rai, presso Callisto
Licaonide, piego all'occidente
Duce del tardo Boote cui l'alta
Fonte dell'Oceàno a pena lava.
Ma la notte perché degli Immortali
Mi premano i vestigi, e l'aurea luce
Indi a Tethy canuta mi rimeni,
(E con tua pace, o Vergine Rannusia,
Il pur dirò: non per temenza fia
Che il ver mi taccia, e non dispieghi intero
Lo secreto del cor; né se le stelle
Mi strazin tutte con amari motti),
Non di tanto vo lieta ch'io non gema
D'esser lontana dalla donna mia,
Lontana sempre! Allor quando con ella
Vergini fummo, io d'ogni unguento intatta,
Assai tesoro mi bevea di mirra.
O voi, cui teda nuzïal congiunge
Nel sospirato di, né la discinta
Veste conceda mai nude le mamme,
Né agli unanimi sposi il caro corpo
Abbandonate, se non versa prima
L'onice a me giocondi libamenti;
L'onice vostro, voi che desïate
Di casto letto i dritti: ah di colei
Che sé all'impuro adultero commette,
Beva le male offerte irrita polve!
Ché nullo dono dagli indegni io merco.-
Sia così la concordia, e sia l'amore
Ospite assiduo delle vostre sedi.
Tu volgendo, regina, al cielo i lumi
Allor che placherai ne' dì solenni
Venere diva, d'odorati unguenti
Lei non lasciar digiuna, e tua mi torna
Con liberali doni. A che le stelle
Me riterranno? O! regia chioma io sia,
E ad Idrocoo vicin arda Orïone.

Ugo Foscolo


La chioma di Berenice - Catullo, LXVI

Chi scrutò dell'immenso firmamento
tutte le luci e apprese delle stelle
albe e tramonti e come il fiammeggiante
lume del sole rapido si oscuri
e in tempi fissi le costellazioni
vengano meno e come il dolce Amore
tra le rocce del Latmo di nascosto
spinga lontano Trivia, dirottandola
dal suo giro nell'aria, quel Conone
nel chiarore celeste vide me,
una ciocca recisa dalla chioma
di Berenice, fulgida splendente,
che, tendendo le braccia levigate,
ella promise a molte dee, nel tempo
in cui, accresciuto dalle nuove nozze,
il re si era recato a devastare
le terre degli Assiri. Con sé aveva
dolci le tracce del notturno assalto
condotto alla conquista della vergine.
Hanno davvero un odio per l'amore
le nuove spose, oppure è falso il fiume
di lacrimette, sparso sulla soglia
della stanza nuziale, a render vana
la letizia del padre e della madre?
Così mi favoriscano gli dèi,
non sono vere lacrime: l'ho appreso
dal pianto intenso della mia regina,
quando il nuovo marito era sul fronte
di sinistre battaglie. O non piangevi,
rimasta sola, il letto abbandonato,
ma piuttosto il distacco doloroso
da un amato fratello? Quanto in fondo
fin nelle fibre invase da tristezza
l'ansia ti consumò! Come la mente
per la totale angoscia venne meno
e i sensi ti mancarono! Ma pure
avevo conosciuto il tuo coraggio
da quando eri bambina., O non ricordi
l'azione ben condotta - nessun altro
ne avrebbe con più forza l'ardimento -
con cui ottenesti per marito un re?
Ma che tristi parole hai pronunziate
allora, alla partenza dello sposo!
Per Giove, quanto spesso con la mano
sfregasti gli occhi! Qual è il grande dio
che ti mutò? E gli amanti perché mai
non vogliono restare separati
dal corpo amato? E allora agli dèi tutti
mi promettesti per il dolce sposo
- ed il sangue di toro non mancava -
se ottenesse il ritorno. In breve tempo
egli aggiunse ai confini dell'Egitto
la conquista dell'Asia. Ed io per questo,
resa al consesso dei celesti, sciolgo,
con un'offerta nuova, un voto antico.
Regina, a malincuore dal tuo capo,
a malincuore, mi staccai. Lo giuro
su te e sul capo tuo. Chi giura il falso
abbia la giusta pena. Ma col ferro
chi può stare alla pari? Anche quel monte,
il più alto di quanti sulla terra
travalichi passando il luminoso
figlio di Thia, venne abbattuto, quando
dettero vita i Medi a un nuovo mare
e in mezzo all'Athos navigò su flotta
la gioventù dei barbari. Se al ferro
cedono cose tali, dei capelli
cosa faranno mai? Tutta la razza
possa andare, per Giove, alla malora
dei Càlibi e di quanti sotto terra
per primi ricercarono la vena
e la tempra forgiarono del ferro!
Piangevano il mio caso le sorelle
della chioma, staccate poco prima,
quando il gemello dell'etiope Mèmnone
si presentò da me, cavallo alato
della Locrese Arsinoe, aprendo l'aria
col moto oscillatorio delle penne.
E, portandomi via, passò tra le ombre
del cielo in volo e dentro il casto grembo
di Venere mi pose. A questo scopo
aveva delegato il servo suo
la greca Zefiritide, abitante
sui lidi di Canòpo. Qui la dea,
- perché non solo la corona d'oro
dalle tempie di Arianna avesse posto
nel vario lume del divino cielo,
ma vi mandassi luce anch'io, la spoglia
offerta in dono da una testa bionda, -
mi pose, tra le antiche, stella nuova
che si accostava al tempio degli dèi
umida un poco d'acqua. Della Vergine
e del fiero Leone tocco gli astri,
nei pressi di Callisto Licaonia
volgo al tramonto, dirigendo il corso
dinanzi al lento Boote, che si immerge
nell'Oceano profondo, a stento tardi.
Ma sebbene mi calchino di notte
i passi degli dèi, mentre la luce
alla candida Tethi mi riporta
(mi sia lecito dirlo con tua pace,
Vergine di Ramnunte, non potrei
coprire il vero per nessun timore
e non svelare in pieno il mio pensiero,
neppure a costo d'esser fatta a pezzi
dalle parole ostili delle stelle),
non mi dà tanta gioia questo stato,
quanto mi cruccia l'essere lontana,
esser lontana dalla mia padrona
e dal suo capo. Ed io, priva con lei
d'ogni profumo, finché fu fanciulla,
molte semplici essenze con lei bevvi.
Ora voi che la fiaccola congiunse
nel giorno atteso, non abbandonate
ai concordi mariti il vostro corpo,
tolta la veste e denudato il seno,
prima di offrire a me dall'alabastro,
dall'alabastro vostro lieti doni.
La polvere leggera beva invano
le male offerte delle impure adultere:
non chiedo doni alle persone indegne.
Abiti sempre, spose, la concordia,
sempre l'amore senza interruzione
dentro le vostre case. Tu, regina,
quando, guardando le costellazioni,
nelle feste farai propizia Venere,
non lasciare che resti io che son tua
senza offerte di unguenti, ma piuttosto
onorami con doni sontuosi.
Magari rovinassero le stelle!
Vorrei tornare chioma di regina:
presso l'Acquario splenda pure Orione!

Catullo


La chioma di Berenice - Callimaco

Colui che vide nei segni celesti l'orbita, là dove si volgono
..... Conone scorse me nell'ètere, ricciolo di Berenice, che ella consacrò a tutti gli dèi

[pegno della notturna ... lotta?]
..... [magnanima?]
..... lo giurai sul tuo capo e sulla tua vita
..... a forma di spiedo per buoi, della tua madre Arsinoe, il luminoso figlio di Thia travalica, e le funeste navi dei Medi attraversarono l'Athos. Cosa potremmo fare noi, riccioli, se tali montagne cedono al ferro? Perisca la stirpe dei Calibi!
Per primi scoprirono il ferro, mala pianta che spunta dalla terra, e insegnarono l'opera dei martelli.
Mi piangevano, tagliata appena allora, le sorelle chiome e sùbito irrompeva, muovendo a cerchio le veloci penne, un lieve vento, fratello dell'etiope Mèmnone, cavallo della locrese Arsinoe dalla cintura di viole ... mi [rapì] in un soffio e portandomi nelle brume dell'aria mi depose nel seno di Cipride. Proprio la Zefiritide, che abita la riva di Canòpo, allo scopo lo ........ Perché per gli uomini ..... annoverata tra le molte stelle, non solo ..... della sposa figlia di Minosse, ma anch'io vi fossi, bella chioma di Berenice, Cipride mi pose, mentre salivo bagnata dalle acque verso gli immortali, nuova stella tra le antiche.
prima ...... al tramonto nell'Oceano
...... ma se anche .....
perché non .... s'adiri .... nessun bue tratterrà la parola ...... l'ardire altre stelle ......
non mi sono tanto gradite queste cose, quanto mi addolora non poter più toccare il suo capo, lontano dal quale non potei godere dei profumi femminili, io che molti semplici ne ho bevuti, finché era ancora vergine.
vicini ....
.... Acquario e .... Orione.

Callimaco

Il mito narra di Berenice II, regina d’Egitto vissuta nel III secolo d.c, moglie di Tolomeo III.
Tolomeo III, dopo le nozze mosse guerra all’Asia e data la pericolosità della missione Berenice, timoroa per la vita del marito, fece voto di tagliarsi i capelli in segno di gratitudine verso gli dei se il marito fosse tornato vivo e vittorioso. Tolomeo tornò vincitore il giorno stesso e Berenice mantenne il suo voto e sacrificò la sua lungua chioma, che era motivo di ammirazione per tutti quanti la conoscessero, deponendola nel tempio della dea Afrodite.
Ma il giorno dopo la treccia non c’era piu’, ci fu un gran vociare e qualcuno disse che era stato un sacerdote del tempio di Serapis, scandalizzato dall'offerta della regina ad una divinità greca.
Berenice si sentì profondamente oltraggiata dall'accaduto e suo marito Tolomeo III, preso da una folle rabbia fece chiudere le porte della città setacciandola a fondo, ma senza alcun risultato. A questo punto entrò in scena il saggio ed ammirato Conone di Samo, matematico e astrologo noto anche per l'amicizia con il Siracusano Archimede, che per rimettere pace nel regno e consolare l'oltraggiata regina (ma anche per salvare la vita ai preti del tempio!) disse a tutti che l'offerta era talmente piaciuta agli dei che avevano deciso di elevare la treccia in cielo e fissarla nel firmamento...
A dimostrazione del suo racconto egli indico tre stelle che da allora presero il nome di Chioma di Berenice.

Wild is the wind

Love me love me love me 
Say you do 
Let me fly away 
With you 
For my love is like 
The wind
And wild is the wind

Give me more
Than one caress
Satisfy this
Hungriness
Let the wind
Blow through your heart
For wild is the wind

You...
Touch me...
I hear the sound
Of mandolins
You...
Kiss me...
With your kiss
My life begins
You’re spring to me
All things
To me

Don’t you know you’re
Life itself
Like a leaf clings
To a tree
Oh my darling,
Cling to me
For we’re creatures
Of the wind
And wild is the wind
So wild is the wind

Wild is the wind
Wild is the wind




Io sono verticale

Io sono verticale
Ma preferirei essere orizzontale.
Non sono un albero con radici nel suolo
succhiante minerali e amore materno
così da poter brillare di foglie a ogni marzo,
né sono la beltà di un'aiuola
ultradipinta che susciti grida di meraviglia,
senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali.
Confronto a me, un albero è immortale
e la cima di un fiore, non alta, ma più clamorosa:
dell'uno la lunga vita, dell'altra mi manca l'audacia.

Stasera, all'infinitesimo lume delle stelle,
alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi.
Ci passo in mezzo ma nessuno di loro ne fa caso.
A volte io penso che mentre dormo
forse assomiglio a loro nel modo più perfetto -
con i miei pensieri andati in nebbia.
Stare sdraiata è per me più naturale.
Allora il cielo ed io siamo in aperto colloquio,
e sarò utile il giorno che resto sdraiata per sempre:
finalmente gli alberi mi toccheranno,
i fiori avranno tempo per me.

Sylvia Plath


i ciottoli che stanno nella mano dove ardono paesaggi lontanissimi

Amo le cose che consumate brillano
come se i crepuscoli fossero
fermi in esse ardendo per sempre.

I bordi delle sedie raffinati
dalla devozione chiara delle dita.
I bicchieri trasparenti per servire
sorgenti distanti.
I selciati sottomessi all'ombra.
Le vesti sfilate dall'aria.

Amo la loro affaticata servitù
di diamante appagato,
la sommessa passione dei loro silenzi.

Amo la loro anima d'autunno che fu alta
e condivise gli occhi del miracolo.

Il loro modo di darci l'oblio,
senza pianto né violenza,
come una saggia prossimità che splende,
come la mano dell'amore senza nessuno.

Amo i libri vecchi
manipolati dalla luce,
i ciottoli che stanno nella mano
dove ardono paesaggi lontanissimi.

Perchè va verso l'addio la loro lenta musica,
si abbracciano all'ombra senza gemere,
silenziose come il fuoco dimenticato delle lampade
che restano sole al giungere dell'alba.

Laureano Alban


Com’è bello pensare a te

Com’è bello pensare a te tra le grida della morte e della vittoria,
pensare a te quando si è in prigione e quando si è passata la quarantina.
Com’è bello pensare a te:
ecco una mano dimenticata su una stoffa azzurra,
ed ecco, tra i tuoi capelli, la morbidezza fiera della mia terra di Istanbul.
È come un altro uomo,in me,
la felicità di amarti.
Com’è bello pensare a te, scrivere per te,
guardarti coricato sulla schiena, nella mia cella.
Una parola che tu hai detto quel giorno,
in quel posto, e non una parola in sé, ma quel modo che aveva di contenere tutto un mondo.
Com’è bello pensare a te:
voglio ancora scolpire per te qualcosa, costruire una scatoletta,
un anello, tessere tre metri di seta.
E di colpo, alzandomi in piedi, andare a incollarmi alle sbarre della finestra,
e gridare al cielo azzurro della libertà tutto quanto ho scritto per te.

Nazim Hikmet


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