La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori.
Alda Merini

venerdì 19 agosto 2011

ma la mia parte più pura è stata il bacio

il bacio appena sognato
in una notte di tradimenti
dove tutti consumano amplessi
che non hanno profumo
il tuo bacio febbricitante
il candore delle tue labbra
assomiglia alla mia porta che non riesco ad aprire
il bacio è come una vela
fa fuggire lontano gli amanti
un amore che non ti gela
che ti da mille , duemila istanti
ho cercato di ricordare
che potevi tornare indietro
ma ahimè
il tuo bacio è diventato simile ad un vetro
io come un animale
mi rifugio nel bosco
per non lasciare ovunque il mio candido pelo
il pelo della mia anima
è così bianco e così delicato
che persino un coniglio ne trema

tu mi domandi quanti amanti ho avuto e come mi hanno scoperta…

io ti dico che ognuno scopre la luce…e ognuno sente la sua paura

ma la mia parte più pura è stata il bacio

io tornerei sui monti degli Abruzzi dove non sono mai stata

ma se mi domandano

da dove traggono origine i miei versi io rispondo:

mi basta un’ immersione nell’anima e vedo l’universo…

tutti mi guardano con occhi spietati

e non conoscono i nomi delle mie scritte sui muri

e non sanno che sono firme degli angeli

per celebrare le lacrime che ho versato per te…



Prima di venire

Prima di venire
Portami tre rose rosse
Prima di venire
Portami un grosso ditale
Perché devo ricucirmi il cuore
E portami una lunga pazienza
Grande come un telo d'amore
Prima di venire
Dai un calcio al muro di fronte
Perché li dentro c'è la spia
Che ha guardato in faccia il mio amore
Prima di venire
Socchiudi piano la porta
E se io sto piangendo
Chiama i violini migliori
Prima di venire
Dimmi che sei già andato via
Perché io mi spaventerei
E prima di andare via
Smetti di salutarmi
Perché a lungo io non vivrei.


Alda Merini



Il potere della musica sul cuore umano - ode irregolare - Alexander’s Feast

Volgea festivo il giorno,
Che il guerrier figlio di Filippo avea
Doma la Persia: alteramente adorno
Di lauri in trono d’or egli sedea,
Simile a Nume; e fea
A lui corona intorno
Schiera di duci egregi,
Di Macedonia il fiore,
Cui, per nobil conforto,
Del gravoso di Marte aspro sudore,
Di mirti e rose il crin velava Amore.
Sembiante a vaga giovinetta sposa,
In desìo di piacer composta il viso,
Taide grazïosa
Premea dorato scanno al re vicina;
E partendo con lui gli sguardi e ’l riso,
Traea di sua beltate
Leggiadro orgoglio, e da sua fresca etate.
Bella coppia! a voi comparte
Giove amico il suo favor:
Ben co’ i lauri ancor di Marte
I suoi mirti intreccia Amor.
d’ogni canto signor, signor del suono
E degli affetti, in mezzo
A coro armonïoso
Primier Timoteo sta: vibra con l’agili
Dita le corde de l’eburnea lira,
E in mille vari errori
l’aere agitato inonda
Soavità d’armonici tremori,
E ineffabil dolcezza è l’alme inspira.
Ed egli il canto incominciò dal Nume,
Che per amor, ch’a’ Dei pur regna in petto,
Lascia l’Olimpo, il Dio nasconde, e assume
Di simulato drago il vero aspetto.

”A la terrena Olimpia
Estro d’amor lo stimola;
Già le va presso, e al morbido
Seno si rota, e avvolgele
Col serpeggiar girevole
De le lucenti spoglie
Il molle grembo eburneo,
Che scosso trema, e conscio
De la divina immagine,
Gioia del suol Macedone,
Del mondo intier, de gli uomini
Conquistatore ed arbitro.”
Dal canto attonito
Pende il Monarca;
Arde di giubilo,
Il ciglio inarca:
Già un Dio s’ immagina:,
L’aria ne prende,
E l’ordin medita,
De le vicende;
Dal sopracciglio
Arduo fa segno,
E pargli scuotere
De gli astri il regno.
Tutti in giocondo fremito
Dan plauso e voti al nume, e a lui festeggiano;
E in vicendevol tremito
Le ripercosse volte al nume echeggiano.
Ma di Bacco in Lidj modi
L’alte lodi
Il gentil musico intona:
”Vezzo e brio,
Ecco ei viene, il giovin Dio,
Cinto d’Indica corona!
Squillin trombe, il flauto echeggi,
Romoreggi
Cupo timpano proteso:
Ecco il Dio, si mostra al tondo
Rubicondo,
Volto e a l’occhio
Di vin pretto arrubinate
Tazze aurate
Largo a’ labbri offran tesoro;
A gli affanni pur col bere
Le guerriere
Alme traggono ristoro.
Grande in pace, grande in guerra,
Grande in terra,
Grande in ciel, grande in Averno,
Salve, o nume Agenorèo,
Semelèo,
O Figliuol di Giove eterno!
Tu ne’ regni ignoti al giorno
d’àureo corno
Discendesti il fianco armato;
Al tuo piè Cerbero giacque
Steso, e tacque
Il tergemino latrato
Monte a monte impose Reco,
Che far bieco
Volea fraude a’ Dei. celesti;
Ma ne l’orrida tenzone
Di lione
Tu co l’ugna il ritorcesti“
Ebbro dal canto il Re s’accende, e spira
Fiamma di Marte: tre fiate in guerra
L’oste disfida. di magnanim’ira
Folgoreggiando, e alfin la pone a terra.
Minaccevole il guardo intorno gira;
E a i numi de l’Olimpo e de la terra
Medita assalito, e a que’ de l’ombre orrende.
Timoteo il guata, e ’l modular sospende.
Indi a frenar quell’oltraggioso vanto,
Che a lui di folle brama occupa l’alma,
Sposa a la cetra lamentevol canto,
E gli distilla in cor tacita calma:
”Rammenta Dàrio, che fu buon cotanto,
E a tutt’altri in virtù tolse la palma
Lo trabocca dal soglio il fato avverso:
Nel tradito suo sangue eccol sommerso.
Odi qual de’ suoi gemiti risuoni
Quella, ch’esangue ei preme, arena ignuda!”
Non v’ha di mille, cui largì suoi doni,
Pur un, che i moribondi occhi gli chiuda
Come pastor, se d’improvviso tuoni
S’ammuta e attrista il Re; la varia e cruda
Sorte volgendo iu cor: gli sorge intanto
Su le labbra il sospir, su gli occhi il pianto.
Ride Timoteo e scorge
Che non è lungi a intenerirgli ’l core
Seguace di pietà senso d’amore:
E in suon più languido la cetra tocca;
Amor gli piove soave a l’animo
Qual placidissima neve che fiocca
“Folle chi compera nome guerriero
Di sangue a prezzo: lode e vittoria
È van fantasima e passeggiero;
Che solo aggirasi su desolate
Piagge, che il viso di morte spirato,
Ferale imagine di crudeltate
Quanto fia meglio che uccider mille,
Che a noi natura nascer fe’ simili,
A la face ardere di due pupille!
Se al tuo grand’animo di palme oggetto
Degno fu il mondo, nel mondo pascere
Dee il tuo grand’animo pace e diletto.
La bella Taide ti posa allato;
Del ben t’allegra, che i Dei ti dierono:
Ella può renderti sola beato.
Dal seno candido al vago viso
Vanno gli Amori, le Grazie tornano,
E vanno e tornano gli Scherzi e ’l Riso.“
Di cento l’aere plausi risuona;
Volteggia Amore su l’ali e giubila,
E ’l destro Musico di fior corona.
E il Re, mal-abile celar sua pena,
Furtivamente sogguarda il roseo
Fior de la guancia di vezzi piena:
In lei specchiandosi, de gli occhi suoi
Idol la dice, la dice premio
Invidïabile da cento eroi.
La dice, e palpita; faccia con faccia
Oppon bramoso pur di ravvolgersi
Nel molle avorio de le sue braccia.
Cosi l’indomito, che l’Indo e il Perso
Sommise, in grembo d’imbelle femmina
Il destin lascia de l’Universo.
Ma qual fiero suon guerriero
Da la cetera s’ innalza!
Che motore di terrore
Ripercosso si rimbalza!
Qual colpo di tuono,
Che l’etra fracassi,
Avvien che quel suono
L’orecchio trapassi
Di lui, che languendo
In seno a l’Argiva,
Dal suono tremendo
Percosso ravviva,
Sopito nel core
L’antico valore.
Vendetta al fin, grida il Cantor; s’ indrizzano
L’angui-crinite a te Furie terribili;
Odi de’ serpi, che a’ lor crin si rizzano,
Forieri di spavento i crudi sibili.
Ve’ quai da gli occhi vampeggianti schizzano
Rosse scintille! ve’ quali ombre orribili
Il nostro giorno riveder non temono,
Tetre faci agitando, e roche gemono!
Queste de’ Greci son l’ombre, che presero
Il suol co’ denti un dì pugnando impavidi;
Nè a’ corpi lor i dritti onor si resero,
Che ingombran senza tomba, esca degli avidi
Avoltor, le campagne, in cui difesero
Le tue fortune, o Re, di valor gravidi.
Vendica i guerrier tuoi; essi tel chieggono:
L’Eliso inonorate ombre non veggono.
Sia de le faci a te, ch’essi raggirano,
Il livido chiaror duce ed esempio.
Ve’ come queste a menar vampo aspirane
Tra’ Persi, e a far di lor l’ultimo scempio?
Quelle i raggi cambiando in un cospirano
De’ numi ostili a incenerire il tempio.
Rompi gl’indugi, va dove t’additano
L’ombre de’ tuoi, che a trionfar t’ invitano.
Come da morte o da sonno profondo,
Che de la morte è imagin viva e vera,
Scosso raccoglie il domator del mondo
La feroce de l’alma indol primiera;
E la spada e l’usbergo ed il rotondo
Scudo obbliando, impugna atra lumiera:
E dietro a Taide, che grida vendetta,
A Persepoli il fato ultimo affretta.
Così, quand’era ancor l’organo muto,
A risvegliare amor, ira, e pietate
Su’l vocal plettro arguto
Timoteo i dotti numeri fingea;
E già in suo cor credea
Passar solingo a la più tarda etate
Sopra quanti mai fama ebber da l’arte.
Ma poi te vide il giorno
Spirar, Vergine Santa, aura di vita,
Te di bei modi alma inventrice, e Diva,
E far invidia e scorno
A l’alterezza Argiva
Sdegnosa invano del secondo onore.
Che tu d’inenarrabile splendore
Nobilitasti il musical concento,
Gravido anch’esso de l’immenso ardore,
Che t’appressava al tuo fattor; e quando
Scioglievi agl’inni l’ali
Con pregar pace a’ miseri mortali,
Da lo stellante trono
Scendea grazia e perdono.

John Dryden


L’eternitè

Elle est retrouvée.
Quoi ? – L’Eternité.
C’est la mer allée
Avec le soleil.

Ame sentinelle,
Murmurons l’aveu
De la nuit si nulle
Et du jour en feu.

Des humains suffrages,
Des communs élans
Là tu te dégages
Et voles selon.

Puisque de vous seules,
Braises de satin,
Le Devoir s’exhale
Sans qu’on dise : enfin.

Là pas d’espérance,
Nul orietur.
Science avec patience,
Le supplice est sûr.

Elle est retrouvée.
Quoi ? – L’Eternité.
C’est la mer allée
Avec le soleil

***

È ritrovata.

Che cosa? L’Eternità.
È il mare andato
col sole.

Anima sentinella,
mormoriamo la confessione
della notte così nulla
e del giorno infuocato.

Dagli umani suffragi,
dagli slanci comuni
là ti liberi
e voli a seconda…

Poiché soltanto da voi,
o braci di raso,
il dovere si esala
senza che si dica: finalmente.

Là, nessuna speranza,
nessun orietur.
Scienza con pazienza,
il supplizio è sicuro.

È ritrovata.
Che cosa? L’Eternità.
È il mare andato
col sole.


Arthur Rimbaud


Albatro

Spesso, per divertirsi, le ciurme
Catturano degli albatri, grandi uccelli marini,
che seguono, compagni di viaggio pigri,
il veliero che scivola sugli amari abissi.
E li hanno appena deposti sul ponte,
che questi re dell’azzurro, impotenti e vergognosi,
abbandonano malinconicamente le grandi ali candide
come remi ai loro fianchi.
Questo alato viaggiatore, com’è goffo e leggero!
Lui, poco fa così bello, com’è comico e brutto!
Qualcuno gli stuzzica il becco con la pipa,
un altro scimmiotta, zoppicando, l’infermo che volava!
Il poeta è come il principe delle nuvole
Che abituato alla tempesta ride dell’arciere;
esiliato sulla terra fra gli scherni,
non riesce a camminare per le sue ali di gigante.

Charles Baudleaire


L’albatro

Io ero un uccello
dal bianco ventre gentile,
qualcuno mi ha tagliato la gola
per riderci sopra,
non so.
Io ero un albatro grande
e volteggiavo sui mari.
Qualcuno ha fermato il mio viaggio,
senza nessuna carità di suono.
Ma anche distesa per terra
io canto ora per te
le mie canzoni d'amore.

Alda Merini


LinkWithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...