La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori.
Alda Merini

martedì 3 luglio 2012

Lettera d’amore

Praga, attorno al 1962.

Caro, caro, caro e insomma, ecco, dunque, per quel che ne so, ho preso in prestito questa macchina per poter assicurare, scrivendo, la base materiale di sussistenza per i bambini, per noi, insomma per tutti, e adesso invece eccomi qui a scrivere una lettera d’amore - c’è qualcosa da qualche parte che non funziona - o forse al contrario tutto è in perfetto ordine, solo che poi è una situazione di merda in un altro senso, e quindi non c’è scelta.

Sento però i Tuoi baci ancora sulle labbra - dirla in modo più banale forse neanche si può, ma è così e io sono già abbastanza in là con gli anni per non dover evitare le banalità. Abbastanza in là con gli anni e abbastanza innamorata -perché oltre a tutto ciò di cui abbiamo parlato e che riguarda noi, sono anche innamorata -lo scopro alla mia età con uno stupore un po’ divertito, ma siccome il mondo davvero non è credibile neanche un po’, lo prendo come un dato di fatto. Prendila così anche tu. Se avessi la tendenza a drammatizzare le cose, diventerei fatalista e sarei convinta che in questo rapporto c’è qualcosa di predestinato, ma fatalista non sono e così mi dico solo che Dio è potente e sia fatta la sua volontà - soprattutto se corrisponde così perfettamente a ciò che mi fa piacere.

Uno spettatore non partecipe potrebbe dire che se non ci fossimo conosciuti, ci saremmo potuti risparmiare svariate cose, io però non avrei voluto risparmiarmi neanche una delle nostre situazioni incasinate, neanche le cose cattive - o apparentemente cattive - mi sarei voluta risparmiare - è anche per questo forse che non mi hanno risparmiato, che Dio ne sia lodato.

Dici che non mi piace il Tuo sentimentalismo - Ti sbagli di grosso, tesoro, Ti sbagli davvero di grosso. Mi piace molto e ne ho bisogno solo che ho avuto bisogno anche di molti anni per poterci credere. Oggi lo voglio, non perché io abbia scoperto un particolare gusto per il sentimentalismo, ma perché proviene da Te, è semplicemente parte di Te; parte di noi.

Non ho mai avuto una tendenza particolare a mantenere un atteggiamento ragionevole, forse semplicemente perché ragionevole non lo sono per niente, o forse dipende dal fatto che provo nei confronti degli atteggiamenti sani e ragionevoli una ripugnanza quasi fisica. Se e quando nella vita ho combinato qualcosa di cui vergognarmi, sono sempre state cose che ho combinato per voler essere ragionevole. No grazie, difendetemi dalla peste, dal tifo e dalla ragionevolezza, ragionevolezza sono i manifesti contro l’alcolismo e gli stati centralisti, ragionevolezza sono i preservativi e i televisori, ragionevolezza è la poesia al servizio di un ideale positivo, risparmiatemi per carità la ragionevolezza, con la mia vitalità sono in grado di sopportare più di chiunque altro, ma di ragionevolezza potrei morire entro una settimana della morte più triste che esista, la ragionevolezza liquida dentro di me tutto ciò che in me abbia un senso, la ragionevolezza mi priva della potenza, di qualsiasi potenza, da quella erotica a quella intellettuale. Mi si creda quindi quando dico che non è la ragionevolezza ciò che mi induce a pensare che se staremo insieme sarà in seguito a una riflessione veramente libera. Ma proprio perché non ho neanche un pizzico di questa oscura qualità così altamente stimata e riverita in questo mondo irrazionale, proprio per questo quindi non sono in grado di pormi alcun limite, non voglio pormelo. Non è parte del mio mondo. Se sento il Tuo bacio, voglio essere baciata ancora e penso che vada bene così.

In questo periodo sono stata molte volte felice con Te - solo lo sono sempre di più, non è normale, ma continua a crescere, penso di non essere mai stata così felice come oggi, forse sono matta e forse sono io questa volta a essere insopportabilmente «sentimentale», ma non ci posso fare niente, per tutto questo tempo sono stata follemente e spensieratamente e tranquillamente e splendidamente felice. E lo sono anche adesso nonostante Tu non sia qui e nonostante che se Tu fossi qui, starei a scrivere la mia novella e Tu staresti seduto di fronte o accanto o in qualsiasi altro posto, ti occuperesti delle tue cose e sarebbe bene, sarebbe ottimo e sarebbe veramente un essere a casa, così come mi immagino l’essere a casa e come lo voglio e ne ho bisogno.

Ma nonostante non sia così e nonostante Tu sia da qualche parte spaventosamente via, nonostante ciò sono felice, soltanto che non sono potuta rientrare a casa e cominciare a trafficare come se niente fosse, giusto per fare qualcosa, così ho cominciato a scrivere una lettera che non ha nessuno scopo ne senso, con la quale non voglio dire nulla ne risolvere nulla, penso proprio di non doverlo spiegare, lo capirai senz’altro e non Ti darà fastidio. Ci troveremo ancora spesso nella situazione di dover decidere le cose, e va bene; ma ci saranno anche volte in cui faremo le cose solo così, per la gioia di farle, per una sensazione di felicità o chissà per che diavolo di ragione, insomma proprio così come sto scrivendo ora.

Non puoi sapere quanto sono orgogliosa (è una tendenza che ho sempre avuto, come forse sai), ne puoi sapere come sono infinitamente orgogliosa del fatto di averTi, del fatto che mi ami (perché credo che Tu mi ami) del fatto che Ti amo io, di come sei e di chi sei. Dire che Ti stimo sarebbe sì la verità, ma non tutta la verità, solo un pezzetto. Ma è ancora diverso, è la sicurezza della Tua irripetibile eccezionalità a essere la fonte del mio orgoglio. Non ammiro il Tuo intelletto, lo considero ovvio, quello va bene. Ma quello che mi eccita quasi fisicamente è la fantastica miscela di intelletto e irrazionalità logica fino al delirio, quella poesia filosofica, quella filosofia poetica della quale abbiamo parlato un po’ oggi, la cui portata va molto più lontano, oltre i limiti di ciò di cui abbiamo parlato oggi. Perché in realtà non esistono le due cose una accanto all’altra - la filosofia e la poesia - in realtà, è dalla loro unione che si forma un terza cosa il cui valore non è oggi ancora comprensibile.

Non c’è errore più grande della tua paura della ciarlataneria, anche se è del tutto comprensibile. Nasce dal pregiudizio secondo cui la filosofia è il risultato tedioso dell’erudizione e la poesia un lavoro diligente atto a costruire il ruolo ereditario della nazione. Ne l’una ne l’altra cosa corrispondono a verità, la filosofia erudita è infatti buona in ambito accademico e per i cervelli sterili della gente che in essa cerca la giustificazione della propria nullità e la poesia laboriosa è una affaticata assurdità per antologie di lettura, per eccitare le insegnanti di economia domestica che tentano così di addolcire il proprio destino, peraltro abbastanza amaro. Posso capire che non è facile liberarsi di questi pregiudizi, ma ciò nonostante vorrei dirTi che liberarTene è per Te un dovere; altrimenti diventerebbero una palla al piede che Ti inchioderebbe alla schiavitù dell’essere servo. Tali pregiudizi sono infatti solo a un passo dall’idea che la filosofia deve avere un’utilità e che la poesia deve rendere felici, a un passo dalla terrificante situazione in cui entrambe perdono il senso che hanno di per se e si comincia ad attribuirgli mille sensi differenti, cominciano a inquinarsi di quel servilismo di cui parlo, e che è la peste di questo secolo e forse di molti secoli del passato. Cominciano a inquinarsi in modo tale che in ultimo perdono definitivamente qualsiasi senso. Chissà perché diavolo la maggior parte della gente che si occupa di produrre poesia pensa che essa debba servire a qualcuno o a qualcosa, a tal punto che scrive per persone delle quali non gli importa nulla e alle quali con i soldi guadagnati non offrirebbe neanche un bicchierino di rum. Grazie a questo stato di cose, da una parte si guasta la poesia e dall’altra ne vengono guastati con una insistenza degna di miglior causa i beneficiari, ai quali viene inculcato a forza nella testa che la poesia, creata da uno con il quale non resisterebbero allo stesso tavolo neanche mezz’ora, questa poesia procurerà loro sensazioni inattese e la felicità stracotta e distillata di una emozione culturale.

La filosofia finisce anche peggio: se la poesia in questo modo diventa una serva, la filosofia diventa una ragazza di buona famiglia proletarizzata, la quale si è messa a fare la donna di servizio, cosa che peraltro non sa fare, ma in compenso ci guadagna un buon profilo quadri. Da una parte le si richiedono una noia e una indigeribilità tali che una persona perbene non è in grado di consumarla senza sentirsi imbarazzata; la può trovare eccitante solo un professore universitario, impegnato a verificare che i soldi spesi per la sua istruzione non sono stati spesi invano; la cosa è particolarmente esaltante per i ragazzi di famiglia povera che ce l’hanno fatta, e il tutto sa di commoventi immagini di mamme che mantengono agli studi i figli pieni di talento lavando mutandoni militari. D’altra parte si vuole dalla filosofia che giustifichi e sopporti tutto il peso dell’imbecillità umana, sulla sua base vengono costruiti gli Stati e viene utilizzata come scopetta per la pulizia delle latrine, deve servire da giustificazione per l’arresto di ministri e per l’aumento del prezzo del burro, e lo deve fare con persone che non sono capaci ne disposte a comprendere uno solo dei suoi postulati. Non ne sono capaci perché sono ignoranti, è un circolo vizioso che genera altri orrori ancora, per esempio la spocchiosa sensazione di superiorità e di potere di coloro che pensano erroneamente di aver capito qualcosa. Ogni cretino medio, che solo per puro caso non fa il contabile, con quel suo grammo di cervello riempito di sconfinate nozioni - in parte inutili e in parte per lui inutilizzabili - ogni cretino medio ha la fissazione di dover diventare primo ministro, essere lui a governare il mondo, che diventerebbe subito «un mondo migliore», basta che gli diate in mano qualche chilo di letteratura filosofica e vedrete come ve lo combina, il mondo. 

Sta di fatto che in realtà ogni postulato filosofico ha senso di per se stesso e ogni definizione poetica è un oggetto di valore che non è necessario valorizzare ulteriormente dandogli un fine. Ed ecco quello che volevo dire: che la vera ciarlataneria non è quella che eserciti tu, vera ciarlataneria sono le scuole dalle quali escono filosofi laureati, gente con il brevetto per pensare filosofia - che razza di assurdità mostruosa e disumana è quella di esaminare qualcuno su quanto sa del contenuto di un numero X di manuali e laurearlo di conseguenza in filosofia, di che razza di follia si tratta, che ti mozza il fiato e ti costringe in isteriche convulsioni di risa e di spavento disperato e di paura! Non ha in comune con la filosofia neanche quello che ho io in comune con una casalinga esemplare, è qualche cosa da cui bisogna isolarsi per principio e totalmente, neanche una delle verità scoperte da costoro può infatti essere accettata, è stata scoperta in un contesto in cui non può essere vera neanche lo fosse. In una delle Tue lettere scrivi che il Tuo lavoro filosofico lo hai svolto in giro per birrerie, in compagnia della mia fica, nella disperazione, nel cinismo e nell’infamia, dappertutto ma non nelle biblioteche. Non è proprio così, ma lo è in buona misura, lo è insomma senz’altro, senza badare al fatto che durante quel periodo Tu sia stato qualche volta anche in biblioteca. Grazie a questo il Tuo lavoro è quello che è, e così è servito anche a fini diversi da quelli puramente filosofici, il che può essere un punto di partenza su cui è possibile costruire. Non credo e non riuscirò mai a credere che in filosofia sia possibile raggiungere qualcosa per una via arida, per la via dell’erudizione, per la via del lustro nozionismo. Non so cosa c’è di più eccitante della filosofia, ma chi può combinare qualcosa in filosofia se esclude da essa questa orgiastica eccitazione, vorrei proprio vederlo. Assomiglia a uno scopare esercitato con pillole perfettamente disinfettate e non dannose alla salute - solamente che la filosofia non è scevra dall’essere dannosa alla salute, e non è possibile esercitarla in questo modo. Liberati per cortesia del trauma che Ti viene dal fatto che la Tua filosofia non è abbastanza noiosa da diventare ornamento delle biblioteche accademiche, questa è una sua qualità, non un suo difetto e soprattutto è la sua maggiore speranza, non permettere Ti prego che questa speranza venga affogata dalle stille di un erudito sudore! Se per ora hai avuto bisogno di produrre la Tua filosofia in giro per birrerie, ne è risultato che va bene così. Perché allora quel convulso bisogno di fatica e di erudizione? Se questo bisogno diverrà un giorno davvero spontaneo allora sia, uno dei doni che in parte hai e in parte hai pagato e riscattato a caro prezzo è proprio questa armonia tra bisogno e senso. Significa che in genere hai sentito il bisogno di fare cose che hanno senso, anche se nel momento dato è un senso del quale addirittura non sei a conoscenza, ovvero che si manifesta solo dopo un po’ di tempo, qualche volta perfino dopo molto tempo. Fidati un po’ di Te stesso, la carenza di consapevolezza dei propri mèzzi e la sottovalutazione delle proprie possibilità è infatti uno dei peccati mortali, veramente e letteralmente mortali, dei peccati dei quali si muore. Forse anche più che di sopravvalutazione. Devi infatti essere cosciente delle Tue possibilità, già semplicemente perché Tu possa utilizzarle, perché Tu riesca a farci ciò per cui Ti sono state date. Sarebbe abbastanza difficile un giorno rendere conto del fatto che ti sei fatto accecare da una cosa così dubbia come i complessi. 

In questo senso infatti la modestia non è una virtù, in questo senso la modestia è nel migliore dei casi una stupidità. Ti è stata data una fantasia quasi fantastica, una fantasia che è terreno di coltura per la poesia e per la filosofia, e terreno di coltura per ciò che per ora non so nominare, e cioè per quella cosa che si forma come composto omogeneo di entrambe. La cosa peggiore sarebbe bardare e imbrigliare questa fantasia con gli assiomi dei dizionari di filosofia. Chiuderla ben bene a chiave in una stanza perché non Ti disturbi nel lavoro che stai facendo nella stanza accanto. Se c’è una reale e concreta speranza che Tu maturi un frutto (e c’è), succederà solo se in esso sarai contenuto tutto intero, con i calzini; la barba, la birra, la fantasia, l’intelletto, l’uccello, con tutto quanto. Niente mi eccita più della speranza in un’opera che nascerà in diretta dipendenza da tutte queste cose, la speranza in un’opera dalla quale niente verrà eliminato, la speranza in un’opera non censurata, cruda, crudele e mostruosa, ma assoluta. Un’opera che sarà dannosa alla salute, che dopo averla consumata farà vomitare e farà cacare, che dopo averla consumata farà venire allo stesso tempo un senso di felicità e un senso di terrore, un opera che non avrà limiti e che non permetterà che limiti le vengano imposti, mai e da nessuno.

E di niente sono così convinta come del fatto che tale frutto lo darai in tutta la sua dolcezza e convulsione orgasmica. Ma è proprio per questo che non voglio che Tu ne allontani la maturazione con dei pregiudizi che sono di un altro mondo e non del nostro. Nessuna puttanata che potrai fare, nessuna assurdità e nessun delitto che commetterai, è un difetto. Ma la meschinità lo è, e i complessi e il sottovalutarsi sono meschinità, questo lo sappiamo tutti e due. Capiscimi bene, tesoro, è tutto indissolubilmente legato, il fatto che Ti amo e voglio venire a letto con Te col fatto che sono attaccata al Tuo lavoro, difficile dire quanto, nell’eccitazione che mi procuri, è dovuto al Tuo corpo che conosco così intimamente; e posso parlare con Te di filosofia a letto, e mi si mette la fica sull’attenti se ne parliamo a tavola, non è proprio possibile separare e astrarre una cosa dall’altra. Voglio passare con Te ore e ore a chiacchierare per poter venire a letto con Te e voglio scopare con Te per arrivare a ore e ore di conversazione, voglio, anzi devo sapere che sia l’andare a letto sia le ore passate a chiacchierare hanno a che vedere col Tuo lavoro, tutto ciò non avrebbe senso se quel legame non fosse così stretto, così forte e così intrecciato come me lo immagino. Forse un giorno arriveremo al punto che staremo veramente insieme in tutto e per tutto, e sarà più che felicità, ma scapperò immediatamente non appena si perderà questo unico senso vero e concreto, scappo via e mi prendo per marito un ingegnere con la Skoda perchè a quel punto sarebbe esattamente lo stesso.

E devo sapere sempre tutto di Te, amore mio, ricordaTelo, devo sapere tutto, senza riserve. Non ho bisogno di sapere che cosa hai fatto che sei stato una settimana via da casa, non devo sapere perche hai fatto tardi a cena e sei arrivato così sbronzo che Ti hanno dovuto portare a braccia, di questo posso fare benissimo a meno. «Avevi detto che tornavi alle due e sei tornato alle otto e per giunta la settimana dopo, adesso mi dici immediatamente chi è la puttana che ti ha allontanato dal focolare domestico!», e lui dice che non è stata una puttana ma il compagno direttore che aveva l’onomastico e «devi ammettere, tesoro, che non potevo dirgli di no!», cosa che lei ammette fino a quando qualcuno non le dice che la puttana aveva i capelli biondi e le gambe storte, dopodiché segue la scena strappalacrime «come hai potuto!» e la riconciliazione a letto, che ha per conseguenza da una parte la proliferazione della famiglia e dall’altra una nuova puttana, questa volta coi capelli neri. Basta così, di questo posso veramente fare a meno.

Devo però sempre sapere che comunichi con me le cose fondamentali fino al limite in cui sono ancora comunicabili, e forse anche un pezzetto più in là. E non perché io lo voglia, e neanche perché Tu stesso ne senti il bisogno, bensì perché Ti serve, perché hai la sensazione e la coscienza che un contatto così stretto fa parte di Te, quindi anche del Tuo lavoro e che è creativo. Devo saperlo per trovare il coraggio di stare con Te, per assicurarmi che ne ho il diritto, capisci? Ti amo davvero immensamente - la parola amo è un po’ assurda in questo caso perché si tratta di qualcosa di diverso, mi sento legata a Te con tutto ciò che è proprio della mia persona e questo è ancora diverso dall’amare - ma proprio perciò nel nostro rapporto sono completamente libera. Vorrei che Tu avessi di me una sicurezza totale, sai? E anche qui, non l’imbecille sicurezza coniugale, quella non ci interessa e qualche volta me la rido allegramente dicendomi che c’è da aver paura che proprio quella sicurezza ci caschi in grembo contro ogni presupposto, non sia mai che un giorno scopriamo di essere reciprocamente fedeli soltanto per il fatto che tutto il resto ha perso ogni attrattiva. Vorrei Tu fossi sicuro che Ti appartengo senza riserve, che cioè non farei nulla e non penserei nulla che potesse metterti in pericolo. Vorrei - e lo vorrei per la prima volta nella vita - che da me Tu Ti sentissi al sicuro, la sicurezza di una inalterabile fiducia e di una inviolabile confidenza. 

Lo voglio, come ho già scritto, per la prima volta nella vita, non l’ho mai voluto per nessuno e per tutti questi anni non ho saputo mai volerlo per Te. Considero questa mia incapacità nel passato come una delle cause dei nostri guai, ci ho pensato molto negli ultimi tempi e penso di non sbagliarmi. Bisogna saper amare, io l’ho imparato a un prezzo piuttosto alto. Benché sapessi da tempo quanto dipendo da Te, mi ero sempre tenuta aperta quella via di fuga che negli ultimi tempi non ho chiuso ma proprio murato. Non puoi immaginare che sospiro di sollievo ho tirato quando me ne sono resa conto. Ora non c’è fretta alcuna e il mio «amo» di oggi non è per nulla impaziente, è privo di paura e di timori; e anche quando penso realmente a stare con Te, non è un pensiero frenetico, benché sia eccitante al massimo, non è arroccato sulle posizioni del «noi ci amiamo ed è per questo che non abbiamo bisogno di stare insieme» ne sul convulso «noi ci amiamo e per questo dobbiamo stare insieme», forse è la strada verso qualcosa in cui non avrei mai sperato, e cioè verso un rapporto nel quale non vengono poste condizioni. Forse è la strada verso ciò in cui non volevo credere, e cioè verso la situazione in cui due sono più di uno se uno diventano. Forse sotto l’ammasso di moralismi e di scopate legalizzate come ci vengono presentati dalle religioni di tutte le epoche e di tutte le razze, forse sotto questo ammasso è nascosta tale possibilità e forse ci è dato e si vuole da noi che la realizziamo. È difficile dire quando ed è difficile dire come, ma forse è quello di cui parlavi e che io, gravata da vecchi errori e peccati, non potevo capire -in questo i cattolici hanno ragione, i peccati offuscano la mente. 

Amore mio, non Ti arrabbiare se mi sono messa a scrivere così tanto; penso che è bene dire queste cose, anche se le capiresti ugualmente senza le parole, alla fin fine la lingua è un mezzo di comunicazione ed è a tal fine che è stata inventata. E queste cose vanno dette in fretta in modo che non ci inciampiamo e che non ci facciano perdere tempo.

Sto infinitamente bene, non prevedo minimamente quel che sarà. PerderTi non Ti posso perdere e Tu non puoi perdere me, per una cosa del genere non sono ormai sufficienti ne la realtà intorno a noi, ne quelli che la sbandierano, ormai siamo così avanti che questa sicurezza l’abbiamo acquisita. 

Finalmente mi è venuta in mente la parola - scusa se salto così di palo in frasca - si tratta di ingenuità, per la prima volta nella vita ho un rapporto d’amore ingenuo. E ce l’ho con Te, amore mio, esulterei del fatto ad alta voce e con grandi grida se non fosse mezzanotte e mezza e se non avessi dei vicini che comprenderebbero a fatica, non avendo ne rapporti ingenui, ne Te. (Non ho colpa della loro povertà, a sarebbero magari dispiaciuti se gliela ricordassi).

Questo non significa che fino adesso mi sono dedicata a ordire oscure trame contro di Te, neanche un po’. Ma prima non ho mai avuto il coraggio di affrontarTi disarmata e vulnerabile, prima non ho mai avuto il coraggio di perdere completamente la mia padronanza, di perdere me stessa per avere Te. Questo prezzo mi sembrava troppo alto, troppo rischioso. Il fatto che ora ciò sia sparito non è dovuto a una fiducia che prima magari non avevo e che adesso ho improvvisamente acquisito; nei Tuoi confronti ho esattamente la stessa fiducia e la stessa sfiducia che avevo in qualunque altro momento, prima - non sono in alcun modo invulnerabile, anzi, sono più vulnerabile che mai e non sono neanche un caso clinico di masochismo, e il dolore che in questa situazione mi potresti causare non mi farebbe quindi particolarmente bene, anzi, al contrario, lo sopporterei molto a fatica. Non che io escluda tale possibilità - benché non la presupponga, è compresa tra le eventualità di cui occorre tener conto. Ma la situazione per me è tale che, se dovesse succedere qualcosa di doloroso e penoso, sono pronta ad accettarlo come tutto ciò che ha a che fare con questo rapporto, come una sua parte integrante che non desidero, ma non voglio sfuggire. Non sento il bisogno di cautelarmi in anticipo, e non per eccesso di forza, ma perché oggi il mio rapporto con Te è troppo completo per poterne ritagliare dei pezzi come da un gulasch - questo lo mangio e quello lo sputo via. 

Troppo completo e quindi impossibile da non accettare con tutto ciò che comporta. 

Dimmi, per favore, che razza di assurdità è il fatto che non sei qui? Che razza di cretinata è il fatto che in questo momento non Ti posso baciare, che non mi posso stendere accanto a Te, che non Ti posso carezzare, eccitare ed eccitarmi di Te, che non Ti posso eccitare con la bocca fino all’orgasmo e sentirTi nel ventre e poi ridere insieme a Te del fatto che la barba Ti puzza di fica a tal punto che il bigliettaio in tram avrà un’erezione quando Ti bucherà il biglietto, che non Ti posso dare da saccheggiare tutto il mio corpo perché Tu Te lo fotta completamente, e obbligarTi, con la lingua abilmente introdotta nel culo, a venirTene con il volto deturpato in una smorfia, che non Ti posso sentire dentro di me quasi immobile in una bruciante tenerezza d’amore tesa fino al sentimento, che non Ti posso schiacciare l’uccello tra le tette e pulirle poi orgogliosamente dallo sperma appiccicaticcio? Perché non c’è la Tua lingua nella mia fica quando tanto fortemente e con veemenza ce la voglio, perché non avverto il solletico doloroso dei Tuoi morsi sulla pianta dei piedi, perché non posso mostrarti il culo in modo che Tu lo sfondi, lo morda, lo picchi e lo cosparga di sperma, perché non posso poi stare distesa accanto a Te e parlare con Te di qualsiasi cosa con naturale confidenza uno accanto all’altra e nel frattempo farTi una sega giusto così, per eccesso di vitalità? Perché non Ti posso stendere sulla pancia e fotterTi il culo con le mani, con la lingua, perché non posso giocare col Tuo buco, leccarne teneramente le pieghe e ficcarci dentro il dito, strusciarmi addosso le Tue due natiche così lentamente che Ti si rizza l’uccello e Ti si induriscono le palle? Perché poi non Ti posso stendere sulla schiena e mordicchiarTi i capezzoli, sleccazzarTi l’ombelico e prendere in bocca le due palle una per volta, fino a farti mugolare e scorreggiare per l’eccitazione? Perché adesso, proprio adesso, in questo momento, non posso prendere il Tuo uccello e mettermelo sotto l’ascella, ciancicarlo con i capelli e tirarne la pelle, stuzzicarlo con i denti e lasciarlo poi di nuovo ammosciarsi, ficcarmelo in culo e poi tirarlo fuori e ficcarmelo nella fica e poi leccarne via i miei stessi umori? Perché non posso spompinarTi e portare in bocca lo sperma alla Tua bocca perchè Tu lo inghiotta e Ti si blocchi un attimo in gola per via del suo sapore penetrante, che mi rimane sempre a lungo sulla lingua, sicché qualsiasi cosa mangio ha il sapore di un prodotto del Tuo uccello, e quando mangio pane e burro il sapore sembra quello di una scopata? Perché non posso metterTi con le spalle a terra e ficcarTi i capezzoli in bocca perché Tu li ciucci con l’espressione di un lattante, a occhi chiusi? E perchè poi non posso inginocchiarmi sopra di Te e lasciarmi leccare e rovistare con le mani fino a che tutto il corpo ha una contrazione per lo spasmo e Ti piscio in bocca perché tutti i muscoli hanno ceduto? Perché non sei qui per mettermi a pancia in giù e disegnarmi con le unghie sul culo decorazioni simili a quelle delle uova pasquali fino a farne zampillare piccole gocce di sangue? Perché non sei qui, per rimanere poi disteso accanto a me ad accarezzarmi e dirmi: «sai, ragazza…» con l’espressione con la quale alle volte me lo dici, con quell’espressione e quel tono che so bene cosa vogliono dirmi, perchè non sei qui per carezzarmi i capelli, per grattarmi un po’ per scherzo dietro le orecchie. Perché non posso scopare con Te usando tutte le parole volgari e morbose che conosciamo, parole che ti riempiono la bocca, per poi prenderci con pudore e, quasi timidamente, e poi subito dopo cominciare a sghignazzare a tutto spiano fino a intruppare l’uno nell’altra tra risa convulse, con le pance e coi culi? Perche non siamo distesi su un fianco uno accanto all’altra e non ci lecchiamo a vicenda concentrati ognuno sul proprio orgasmo e sull’orgasmo dell’altro? Perché non sento il Tuo «aspetta» quando ho il Tuo uccello in bocca e perché non posso deridere questa taccagneria di sperma e di orgasmi e non appena schizzi dimostrarTi che è un risparmio più che insensato? 

Perché non posso leccarTi tutto, stanco e quasi ormai impotente, leccarTi e arraparTi durante un bocchino lungo un’ora, infinito e spossante? Perché non ti vedo la mattina scendere dal letto e perché non posso lasciarTi scendere illudendoti che mi sono riaddormentata, sorprenderti nudo mentre ti gratti il culo e tranquillo ti appresti a vestirTi, lasciare che Tu ti metta addosso qualche assurdità come le mutande e i calzini e poi saltarTi addosso, strapparteli di dosso e fotterti per terra con tale veemenza che Ti passa la voglia di bardarTi di nuovo. E poi eccitarti e poi fare finta che non ho più voglia di scopare, sollazzarTi l’uccello e spidocchiarti tra i coglioni, leccarti un po’ e guardare con distacco come Ti si rizza l’uccello, per un attimo farTi provare tutto, dall’arrapamento fino all’insistenza quasi da mendicante, tirarTi con la stessa espressione per la barba e per l’uccello e soffiarTi nei coglioni nel modo più arrapante di cui sono capace, fino a farTi incazzare al punto da sbattermi il culo e ficcarmi l’uccello dove capita, in bocca, tra le tette, al culo, nella fica e schizzarmi infine tutta da capo a piedi così che non mi resti altro da fare che andare di corsa a lavarmi? Perché dopo, nuda, non faccio con Te, nudo, una colazione opulenta e nutriente sventolando le tette sopra il padellino con le uova, perché non ci consigliamo l’un l’altra su come migliorare ciò che cuciniamo insieme e non mangiamo comodamente sbracati uno accanto all’altra, non assaporiamo con gusto quanto abbiamo cucinato bene e non puliamo col pane la padella ognuno da una parte, perché non stiamo poi distesi vicini, sazi e soddisfatti fino a grugnire, non ci teniamo per mano e non chiacchieriamo, non scopiamo poi di nuovo, questa volta con normalità così assoluta che ci è quasi estranea, io di sotto con le gambe alzate e Tu sopra di me al ritmo regolare di una posizione angelica nella quale è possibile baciarsi e l’unica perversione è la perversione delle lingue che si toccano, uno scopare che dura a lungo, ma non è faticoso e nel quale c’è la vicinanza più palpabile e più grande, uno scopare il cui ritmo è a tratti interrotto dalla quiete affinché il culmine venga rimandato di un altro istante, e non si tratta di parsimonia e la cosa avviene con l’accordo naturale di entrambi, uno scopare nel quale ci tocchiamo coi corpi così a lungo fino ad appiccicarci e lo spazio tra noi due è così esiguo che non riusciamo neanche a infilarci una mano e a carezzarci, uno scopare nel quale si insinua un po’ di convulsione solo poco prima di giungere al vero e proprio culmine. E perché poi non stiamo distesi vicini con gli occhi fissi al soffitto e quasi senza pensieri, oppure coi pensieri che se ne vanno da qualche parte lontano da qui, non perché non vogliamo pensare a noi, ma perché si confondono con la stanchezza del dormiveglia. Perché non stiamo appunto così stesi vicini, questo vorrei proprio saperlo e se qualcuno me lo spiega allora mi fa un piacere, perché io per ora non riesco a spiegarmelo, visto che sono bagnata e arrapata e Ti voglio, ora subito e immediatamente e probabilmente non sono disponibile a nessun tipo di spiegazione. Appena mi muovo, qui si sente l’odore della mia fica lontano un miglio e dovrei ascoltare delle spiegazioni? Ci mancherebbe altro! Potrei menarmi la fica da sola, ma io non voglio menarmi la fica da sola, io voglio Te e le Tue dita e non le mie, voglio la Tua lingua e il Tuo uccello, e da quel desiderio le mie dita non riusciranno certo a liberarmi. 

Domani mattina avrò di nuovo tutto sotto controllo, va bene così, ma continuerà a dispiacermi questa notte, non riesco a liberarmene, non ho imparato a considerare l’eccitazione come qualcosa che bisogna liquidare nell’astinenza e scacciare come il diavolo, e un’eccitazione così forte come questa mia di oggi la considero qualcosa che non chiama, ma proprio urla vendetta perché vuole essere soddisfatta e non fatta oggetto di ascetica astinenza. La capacità di arraparmi a questo modo, di avvertire in ogni centimetro di pelle il folle desiderio di Te non l’ho certo avuta per poi scacciarla con una doccia fredda e col digiuno, scusate proprio ma così non è. E se sono le lusinghe del diavolo, allora non sono affatto delle brutte lusinghe e quel diavolo comincia a essermi abbastanza simpatico.

Solo che non c’entra nessun diavolo non c’entra niente neanche la perversione, anche se bisogna ammettere che a un osservatore neutrale così potrebbe sembrare, ma si sbaglierebbe. La cosa in realtà va bene così ed è abbastanza naturale, innaturale è solo il fatto che Tu non sei qui e che il tutto non avvenga pienamente come è stato descritto, o forse anche di più. 

È abbastanza innaturale sul serio, e a me le cose innaturali non piacciono, l’innaturalezza di questo tipo non mi è mai servita a niente e temo che non vada a genio neanche a Te. Meno male che al mattino queste idee non sono così insistenti, sicché mi rimane la tenue speranza che se domattina mi lavo la fica col sapone e me la sciacquo ben bene, potrò andare in giro senza rischio, cosa che nelle condizioni in cui sono ora potrei fare difficilmente, anche se sarebbe abbastanza divertente osservare il rigonfiarsi dei pantaloni all’altezza del cavallo e l’arruffarsi scandalizzato di biondine dal peculiare taglio di capelli. Potrebbe essere perfino divertente, nessuno mi potrebbe fare nulla, mi pare che l’onnipotenza non sia ancora perseguibile per legge, perlomeno non l’ho ancora sentito dire. L’unica cosa è che mi dispiacerebbe dover spiegare, a una compagnia di soldatini festanti mandati in gita a Praga capitale per visitare le tombe dei re di Boemia, che la mia onnipotenza non li riguarda nonostante gli puzzi in tram sotto il naso. Non mi piace ingiurare ciò che di più caro ha la gente, e ingiuriare a una compagnia di teneri uccelli induriti mi metterebbe in difficoltà, perché mi è stata insegnata una certa discrezione in società, il che è stato un errore. Però non avrei via di uscita, l’unico uccello che non ho voglia di vituperare e di rifiutare lo possiedi Tu, solo che Te lo sei portato via a Podolì!

Sono le due del pomeriggio, ieri alla fine sono andata a dormire, dopo tutto, stamattina con le migliori intenzioni ho preso in prestito il rullo per dipingere e portandomelo dietro tornavo a piedi attraverso il ponte per il quale siamo passati ieri, è stato strano e nostalgico e magico e sciocco e banale e splendido, e adesso mi sono letta che cos’è che ho scritto ieri, pensavo di non poterlo spedire ne trasmetterlo in altro modo perché sarebbe stato terribilmente senza senso e ho scoperto che se Ti scrivessi di nuovo dovrei riscrivere tutto uguale parola per parola. 

È di nuovo un giorno qualunque, mi attende un sacco di lavoro, mi metto quindi addosso la veste della responsabilità artistica e professionale (una volta Te la faccio vedere, c’è da ridere parecchio) e finirò di scrivere la novella. Spero di non scriverci niente che scandalizzi il senso morale della censura, sono in uno stato in cui mi potrebbe capitare abbastanza facilmente.

Oltre a questo farò andare su e giù per le pareti del mio appartamento questa specie di tetro rullo - certo che è incredibile di quali bizzarre attività è capace l’uomo - per farlo salirò su una scala e assumerò un aspetto così costruttivo che a vederlo diventeresti impotente sul colpo. Diventeresti impotente e cominceresti a recitare ad alta voce: «Mi devo sposare?» - non Ti rimarrebbe infatti nient’altro da fare.

Se con lo scrivere non volessi tra le altre cose guadagnarmi da vivere forse comincerei a scrivere le mie memorie, ho paura però che potrebbero finire in mano a persone non adatte e allora potrebbe porsi il problema se io sia o meno la persona giusta per diffondere la cultura nel socialismo e se non sussista il rischio che io porti a compimento la rivoluzione culturale anzitempo. Decisamente però la cosa mi arraperebbe come poche altre, tanto io penso comunque che le nostre vite sono un raro esempio di perfetta opera d’arte e che in quanto tali dovrebbero rimanere per le generazioni future, almeno in una descrizione basilare. 

E mi sono anche resa conto di quanta vitalità ci sia in noi due, non ho in mente ora il fatto che non siamo crollati nei periodi più duri, penso che non solo li abbiamo superati, ma siamo stati perfino capaci di usarli e di sfruttarli, che abbiamo saputo assaporarli e sceglierne ciò che c’era di fondamentale, ed è questa la vera vitalità. La vita di per se non è affatto un dono, la vita di per se è un inferno bello e buono, ma questo nostro è più di un dono, questo forse è qualcosa per cui conosco una sola parola - grazia.

E se c’è qualcosa che mi riempie di ottimismo e di vera speranza - non speranza in qualcosa ma speranza in quanto tale, speranza nel senso più profondo della parola, quella che mi serve per la salvezza, quella che ogni uomo deve avere perché è solo nel suo nome che può essere salvato, - allora è la certezza di questa grazia ottenuta per esperienza empirica. La certezza che questa grazia esiste nel cosmo, su questa terra, per questi strani esseri che hanno avuto in dono tutte le qualità divine e hanno avuto in dono l’incapacità di usarle, per gli esseri che somigliano a Dio e furono creati a sua immagine, per vituperarlo e glorificarlo senza che nessuno di loro, di noi, degli esseri umani, riesca a immaginarsi neanche vagamente colui al quale somiglia come si somigliano due gocce d’acqua. Non è detto che l’uomo debba avere la fede, e non può avere le virtù, e da chi le avrebbe ereditate, non ditemi che Dio è un essere virtuoso, è tutto quello che volete ma non virtuoso, la perfezione non può certo essere virtuosa! Ne la fede ne la virtù sono necessarie all’uomo per ottenere la salvezza, sono fermamente convinta che saremo un giorno sorpresi dal numero di coloro che sono stati perduti dalle proprie azioni virtuose. Ma deve avere la speranza, una vera speranza senza tornaconto, sotto qualsivoglia forma, una speranza che non lo protegge dalla disperazione, che non lo protegge dalla perdita mostruosa di tutti i valori umani, una speranza che non lo protegge da nulla, neanche dalla maledizione lo protegge, ma che egli un giorno porterà in alto o in basso o altrove come unico valore che ha con se. Una speranza che verrà pesata e non sarà leggera.

Non a tutti è concesso di riceverla con la sicurezza con la quale l’abbiamo ricevuta noi, per questo parlo di grazia, veramente non a tutti è concesso.

Se mi dici ancora una volta di scriverTi cinque o sei righe, Ti spacco la faccia senza emozioni sessuali di mezzo, amore mio, spero che dopo questa lettera la cosa Ti sia chiara. Oppure Ti manderò davvero sei righe e voglio vedere poi che faccia farai, qualche volta fa bene dare alla gente quel che chiede.

Naturalmente sono già di nuovo le tre, stanotte ho finito alle quattro, tratto il tempo in modo un po’ avventuristico. Non considero però questa lettera una perdita di tempo, la considero addirittura come il miglior modo di impiegare il tempo di cui in questo momento sono capace. Tra l’altro avrai per un po’ qualcosa da leggere, peccato che non potrò essere presente, la sensazione sarebbe più grande per entrambi. Ti guarderei a tratti il volto e a tratti furtivamente il sesso, confidando pienamente che effetti della lettura di questo elaborato si manifestino visibilmente su entrambi. Qualche volta dovremo anche andare a passeggio, cominciano a esserci delle belle giornate e io amo le nostre passeggiate come poche altre cose, girovagheremo da qualche parte in periferia, rinnoveremo vecchie atmosfere e ne creeremo di nuove, così come abbiamo sempre fatto nelle nostre passeggiate, le interromperemo con delle soste in birrerie di periferia, Tu con la birra e io con la limonata che non mi piace e che sa di saccarina, ma che è indissolubilmente legata a queste passeggiate, ci trascineremo sul ciglio polveroso delle strade e dei campi e torneremo deliziosamente stanchi e felici e io mi farò un segno nel mio calendarietto alla data del prossimo incontro, per poterne gioire per quattordici giorni e assicurare me stessa che quei quattordici giorni riuscirò a resistere sana e salva nel corpo e nello spirito e per poter constatare con meraviglia dopo quei quattordici giorni che ho resistito per davvero. E faremo dei piani per il futuro, non come si fanno in genere, come li facciamo noi, con una concretezza ingenua e forse finalmente con la prospettiva di realizzarli, anche se lontanissimo nel tempo.

Per ora quindi stammi bene, questa volta sono solo dodici giorni e sarà quindi di due giorni più facile, Ti farai un po’ di lettura e mi cullo perfino nella speranza che sentirai il bisogno di scrivermi qualcosa, sicché anche questo facilita un po’ le cose e dovrebbe andare. Affanculo, dopo tredici anni di rapporto ci comportiamo come gli amanti della Certosa di Parma, è sì divertente ma è così, e temo che anche da decrepito vecchietto e decrepita vecchietta ne combineremo ancora più di oggi, i presupposti ci sarebbero tutti. È veramente una bella prospettiva per due intellettuali invecchiati onestamente e con sano cinismo, parleremo delle guerre atomiche tenendoci la pancia dalle risa e se ci toccherà separarci per due ore, ci scorreranno lacrime a fiotti dagli sguardi spenti.

Adesso concediti di corsa il beneficio di una masturbazione, se non lo hai ancora fatto, e se ne avrai voglia, durante questi dodici giorni scrivimi - cinque o sei righe, amore mio…

…ho letto di nuovo quel che ho scritto e mi sono spaventata, ma non aggiungerò più nulla a chiarimento, forse posso dire solo che ciò che sta qui nero su bianco contiene ovviamente tutto, quindi anche il fare l’amore più tenero e più banale, il tenersi dolcemente per la mano e carezzarsi i capelli e che so io cosa si fa e si pratica nei casi di banale innamoramento. Tienilo a mente e ricordalo, perché Tu non abbia dalla mia lettera l’impressione che si tratti del bisogno di realizzare chissà quali emozioni, in particolare neuropatologico-sessuali, anche se c’è anche quello, ma in un modo stranamente non patologico, piuttosto innamorato. Ma questo forse lo capisci tutto senza commento e se non lo capisci allora non serve a un cazzo e neanche il commento serve a niente, sicché Te lo dovrò spiegare poi nella vita pratica, amore mio.

Speriamo di essere presto insieme, che questo Tuo vegetare sotto il tetto coniugale davvero non serve a nient’altro se non a solleticare il senso della responsabilità - non ci fosse stato mio padre sarei probabilmente anche io molto più progressista. Così come stanno le cose lascio fare a Te, ma non tirarla troppo per le lunghe, è vero che abbiamo ancora una grande forza che ci è data dal pensiero filosofico, che abbiamo molto tempo e molta certezza, perché ci amiamo molto e non dobbiamo avere fretta in nulla, però, porca miseria, non siamo «solo» persone; proprio al contrario, siamo persone in tutto e per tutto, anche con una cosa enorme come è un amore di questo genere, e allora forse dovremmo anche occuparcene un po’ e non giocarci d’azzardo come con un innamoramento senza valore e senza senso, tipo quello di cui soffrono quelli che sono “solo” persone.

Ciao.

Honza Jana Cerná


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