La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori.
Alda Merini

martedì 24 luglio 2012

Uno sciame d’effimere s’imbatté volando in una fortezza


Uno sciame d’effimere s’imbatté volando in una fortezza, si posò sui bastioni, prese d’assalto il mastio, invase il cammino di ronda ed i torrioni. Le nervature delle ali trasparenti si libravano tra le muraglie di pietra. 
“Invano v’affannate a tendere le vostre membra filiformi”, disse la fortezza. “Solo chi è fatto per durare può pretendere d’essere. Io duro, dunque sono; voi no”. 
“Noi abitiamo lo spazio dell’aria, scandiamo il tempo con il vibrare delle ali. Cos’altro vuol dire: essere?”, risposero quelle fragili creature. “Tu piuttosto, sei soltanto una forma messa lì a segnare i limiti dello spazio e del tempo in cui noi siamo”. 
“Il tempo su di me scorre: io resto”, insisteva la fortezza. “Voi sfiorate soltanto la superficie del divenire come il pelo dell’acqua dei ruscelli”.
E le effimere: “Noi guizziamo nel vuoto così come la scrittura sul foglio bianco e le note del flauto nel silenzio. Senza di noi, non resta che il vuoto onnipotente e onnipresente, così pesante che schiaccia il mondo, il vuoto il cui potere annientatore si riveste di fortezze compatte, il vuoto-pieno che può essere dissolto solo da ciò che è leggero e rapido e sottile”. 

Italo Calvino



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