La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori.
Alda Merini

lunedì 27 agosto 2012

Sono grida nel cielo e, in terra, sono atti.


Quando non ci si aspetta più nulla di personalmente esaltante,
ma si palpita e si va avanti più in qua della coscienza,
fieramente esistendo, ciecamente affermando,
come un polso che colpisce le tenebre,

quando si guardano dritto in fronte
i vertiginosi occhi chiari della morte,
si dicono le verità:
le barbare, terribili, amorose crudeltà:

si dicono poesie
che allargano i polmoni di quanti, asfissiati,
chiedono di essere, chiedono ritmo,
chiedono legge per quello che sentono che è troppo.

Con la velocità dell'istinto,
col lampo del prodigio,
come magica evidenza, il reale ci diventa,
identico a se stesso.

Poesia per il povero, poesia necessaria
come il pane quotidiano,
come l'aria che pretendiamo tredici volte al minuto,
per essere e, in quanto siamo, dare in sì che glorifica.

Perché viviamo a colpi, perché a malapena ci lasciano
dire che siamo quelli che siamo,
i nostri canti non possono essere senza peccato un ornamento.
Stiamo toccando il fondo.

Maledico la poesia concepita come un lusso
culturale per i neutrali
che, lavandosene le mani, si disinteressano ed evadono.
Maledico la poesia di chi non prende partito fino a macchiarsi.

Faccio miei gli errori. Sento in me quanti soffrono
e canto respirando.
Canto e canto, e cantando al di là delle mie pene
personali, mi espando.

Vorrei darvi vita, provocare nuovi atti,
e calcolo per questo, con tecnica, che cosa possa fare.
Mi sento un ingegnere del verso e un operaio
che forgia con altri la Spagna nei suoi acciai.

Tale è la mia poesia. Poesia-arnese
al tempo stesso che palpito di ciò che è unanime e cieco.
Tale è, arma carica di futuro espansivo
con cui miro al tuo petto.

Non è una poesia goccia a goccia pensata.
Nemmeno un bel prodotto. Non un frutto perfetto.
È un poco come l'aria che tutti respiriamo
ed è il canto che effonde quanto dentro portiamo.

Son parole che tutti ripetiamo, sentendole
come nostre, e che volano. Son più di quanto è detto.
Sono il più necessario: quello che non ha un nome.
Sono grida nel cielo e, in terra, sono atti. 

Gabriel Celaya


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