La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori.
Alda Merini

giovedì 20 dicembre 2012

nel deserto bianco dove i suoni svaniscono


Mia città muta, città ambrata e d’oro,
sepolta in forre dove i lupi correvano
in silenzio lungo un freddo meridiano;
se ti dovessi raccontare, città
assopita sotto un cumulo di foglie morte,
se dovessi descrivere la pelle dell’oceano
su cui le navi tracciano lunghe scie di versi luminosi
e gli yacht come pavoni ostentano le loro alte vele,
e il Mediterraneo, assorto in un rapimento salino,
e le città dalle torri aguzze che brillano
nel sole intenso del mattino,
e la forza selvaggia degli aerei che forano le nubi,
l’eterno disprezzo dei burocrati per noi, gente comune,
le viuzze dell’Umbria, cisterna
in cui è fermo il vecchio tempo che sa di vino dolce,
e una certa collina dove cresce
l’albero più quieto;
Parigi grigia, attraversata dal fiume del perdono,
Cracovia di domenica, quando persino le foglie
dei castagni
paiono stirate da un vento invisibile,
i vigneti in cui fanno incursioni l’avido autunno
e le autostrade piene di sgomento;
se dovessi descrivere la solennità della notte
in cui ciò avvenne,
e il fragore del treno che avanzava verso il nulla,
e il barbaglio della lama d’acciaio su una pista
di ghiaccio improvvisata;
scrivo viaggiando – perché volevo vedere,
e non solo sapere – vedere chiaramente
incendi e scorci di quell’unico mondo,
e tu, città immobile, pietrificata,
i miei fratelli nella piatta sabbia;
su voi la terra continua a ruotare
e avanzano le legioni romane,
la volpe artica tende l’orecchio al vento
nel deserto bianco dove i suoni svaniscono.

Adam Zagajewski


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