La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori.
Alda Merini

venerdì 23 marzo 2012

È l’amore che ti porti dentro, è quello che resta quando tutto finisce

Vivere è, insieme, accumulo e perdita. Incontrarsi e dirsi addio. Volti, nomi, storie, sentimenti, persone. Ci vengono incontro, ci affiancano, ci accompagnano per un tratto di strada; poi se ne vanno, prendono altre vie, altri sentieri; a volte si fermano, e rimangono lì, e ci guardano allontanarci e diventare sempre più piccoli, sempre più distanti, mentre proseguiamo il cammino e spesso neppure ci voltiamo indietro, presi da mille pensieri, gli occhi e la mente intenti alla prossima meta. Ma ci lasciano, tutti, qualcosa. Un fardello piccolo o grande, prezioso sempre; ci lasciano il balsamo misterioso e dolcissimo dell’assenza. 

L’assenza è una voce che non sentiremo più, eppure ci parlerà dal profondo del cuore nell’ora più buia, nel giorno più difficile. L’assenza è una mano che puoi stringere forte quando ogni altra mano ti sfuggirà e il coraggio parrà venirti meno. L’assenza è un ricordo che a chiunque – ma non a te – parrà banale, è una fotografia in bianco e nero, una frase che contiene un mondo, una cantilena imparata non sai più quando e dove, un sorriso, un’amarezza seppelliti nella memoria. E’ una sera d’estate con le nuvole alte nel cielo, antichi re delle fiabe che partono per l’esilio; è una strada ripercorsa tante volte, è il Natale come lo aspettavano i bambini, un giardino misterioso come la giungla nera, un pomeriggio giocato all’ombra di un cortile, mitologia quotidiana, lessico familiare, epopea domestica.L’assenza è il tempo che ti pareva inesauribile e invece non c’è più, il tempo per tutto ciò che non hai saputo dire, che non hai potuto fare; è il rimorso per un bacio mai dato, per una lettera non spedita, per le parole inutili e i silenzi crudeli. È l’amore che ti porti dentro, è quello che resta quando tutto finisce. Il rendiconto ultimo, il significato del vivere.

Gabriele Ferraris


Una persona è una somma abbassata da infinite sottrazioni

Una persona è i libri che ha letto, la pittura che ha visto, la musica ascoltata e dimenticata, le strade percorse. Una persona è la propria infanzia, la sua famiglia, vari amici, qualche amore, abbastanza seccatori. Una persona è una somma abbassata da infinite sottrazioni.

Sergio Pitol - El arte de la fuga


Com’è complesso e intricato il funzionamento del sistema nervoso!

Com’è complesso e intricato il funzionamento del sistema nervoso! Lo squillo elettrico del telefono trasmette un formicolio di aspettativa alle pareti uterine; il suono della sua voce attraverso il filo, aspro, impudente, intimo, mi fa contrarre l’intestino. Se nelle canzonette si sostituisse la parola "amore" con "desiderio", ci si avvicinerebbe molto di più alla verità… Eddie, ho pensato. Quale ironia. Sei un sogno: spero di non incontrarti mai. Ma il tuo braccialetto è il simbolo del mio sangue freddo… la mia scissione della sera. Ti amo perché tu sei me… quello che scrivo, il mio desiderio di vivere molte vite. Nel mio piccolo sarò un piccolo dio. Sulla scrivania, a casa, c’è il racconto più bello che io abbia mai scritto. Come posso dire a Bob che la mia felicità scaturisce dall’essermi separata da una parte della mia vita, una parte di dolore e bellezza, per trasformarla in parole scritte a macchina su un foglio? Come può sapere, lui, che io giustifico la mia vita, le mie forti emozioni, le mie sensazioni, trasferendole sulla carta stampata? 

Sylvia Plath - Diari


Non v’è desiderio più grande di quello del ferito per un’altra ferita

Un uomo, una donna, attratti l’uno verso l’altra, si uniscono nella lussuria. La comunicazione che li confonde insieme dipende dalla nudità delle loro ferite. Il loro amore rivela che essi non vedono, l’uno nell’altro, il loro essere, ma la loro ferita, e il bisogno di perdersi. Non v’è desiderio più grande di quello del ferito per un’altra ferita.

Georges Bataille


e baciare le sue labbra perdutamente

Camminare ogni giorno, girovagare pensando,
osservare, paragonare, riflettere, incontrare gente,
parlare con loro, parlare da solo.
Entrare in un bar, uscire dal bar
bevendo da una lattina, alberi che si spogliano,
foglie ingiallite che volteggiano,
e sedersi in terra e pensare.
Una mamma, una carrozzina, un bimbo che piange,
un aquilone appeso ad un filo,
un pallone che rotola, ragazzini che si rincorrono
mentre un vecchio seduto li osserva e sorride,
due cani giocano fra loro abbaiando,
ed io continuo a pensare.
Cerco e trovo nella memoria la sua immagine,
il suo sorriso; quello sguardo gentile,
ironico e sensuale, che tanto mi manca
per vivere e sperare, per gridare e ridere
e baciare le sue labbra perdutamente.

Marcello Plavier


Si incontreranno per tre volte

Si incontreranno per tre volte
ma ogni volta sarà
l’unica,
e la prima,
e l’ultima.

Alessandro Baricco - Tre volte all’alba



la superficie delle cose

Solo dopo aver conosciuto la superficie delle cose, ci si può spingere a cercare quel che c’è sotto. Ma la superficie delle cose è inesauribile.

Italo Calvino


Nei miei occhi, la scomparsa del tuo giorno, e il mio restare nel giorno e nella mia notte

Una volta ancora il paesaggio fuggitivo,
il lago, le valli,
gli alberi che scorrono come fiumi.
Giunge una nuvola
e acceca lo sguardo;
poi scopre
un mare, un fuoco.
Quando dormi
si ammaina la vela del tuo tempo,
si cancella il libro
per la magia dell’ombra
e passa nei tuoi sogni la scrittura.
Nei miei occhi,
la scomparsa del tuo giorno,
e il mio restare nel giorno e nella mia notte.
La bellezza scivola nella sua orbita.
Nell’isola che s’allontana
tendi l’arco.
La freccia segue la sua linea.
Io la mia.

Clara Janés


Lascia che le donne sognino il loro desiderio nel mormorio delle felci

Addormenta i tuoi alti palazzi
che vegliano all'ombra delle pietre.
La notte già libera i suoi gufi.
È ora di mettere via tutte le auto.
Chiudi le palpebre del ponte
affinché riposi il fiume,
i vetri delle finestre che tremano di freddo,
ricopri le tue statue.
Spegni i lampioni che bevono
il rancore di uomini stanchi.
Lascia che le donne sognino il loro desiderio
nel mormorio delle felci.

Eugenio Montejo


loro volano

Lui fa il sogno
lei fa la piuma
loro volano.
Dunya Mikhail


Credo in te come alla rosa schiusa a mezzanotte

Credo in te come al profumo
Come al cantar d'uccello nelle tenebre
Credo in te come al mare
Credo in te come alla rosa schiusa a mezzanotte
Credo in te nel frastuono e nel silenzio
Credo in te nel dolore
Credo in te come alla prova di esistere
Come alla lacerazione dell'addio
Credo in te più che alla mia stessa ombra
Credo in te come l'acqua nera dai riflessi d'oro
Come la polvere al piede nudo
Credo in te come il deserto alla pioggia
Come la solitudine all'abbraccio
Come all'orecchio crede il grido.

Louis Aragon


io continuerò a camminare

Tutto l'amore in una coppa
ampia come la terra,
l'amore con stelle e spine
ti ho dato, ma camminasti
con piedi piccoli con tacchi sporchi
sul fuoco, spegnendolo.
Grande amore, piccola amata!
Non mi fermai nella lotta.
Non cessai di marciare verso la vita,
verso la pace, verso il pane per tutti,
ma ti alzai tra le mie braccia
e t'inchiodai ai miei baci
e ti guardai come mai
occhi umani torneranno a guardarti.
Grande amore, piccola amata!
Allora non misurasti la mia statura,
e l'uomo che per te allontanò
il sangue, il grano, l'acqua
confondesti
col piccolo insetto che ti cadde sulla gonna.
Grande amore, piccola amata!
Non sperare che ti osservi nella distanza,
all'indietro, rimani
con ciò che ti lasciai, passeggia
con la mia fotografia tradita,
io continuerò a camminare,
aprendo ampie strade contro l'ombra, facendo
dolce la terra, distribuendo
la stella per chi arriva.
Resta sulla strada.
Per te è giunta la notte.
Forse all'alba
ci vedremo nuovamente.
Grande amore, piccola amata!

Pablo Neruda


Una volta avevo scritto che l’amore non esiste

Una volta avevo scritto che l’amore non esiste, e se esiste è un imbroglio: che significa amare? Ti amavo. Ti amavo al punto di non poter sopportare l’idea di ferirti pur essendo tradita, e amandoti amavo i tuoi difetti, i tuoi errori, le tue bugie, le tue bruttezze, le tue contraddizioni, il tuo corpo.

E forse il tuo carattere non mi piaceva, nè il tuo modo di comportarti, però ti amavo di un amore più forte del desiderio, più cieco della gelosia: a tal punto implacabile, a tal punto inguaribile, che ormai non potevo più concepire la vita senza te. Ne facevi parte quanto il mio respiro, le mie mani, il mio cervello e rinunciare a te era rinunciare a me stessa, ai miei sogni che erano i tuoi sogni, alle tue illusioni che erano le mie illusioni, alle tue speranze che erano le mie speranze, alla vita! E l’amore esisteva, non era un imbroglio, era piuttosto una malattia, e di tale malattia potevo elencare tutti i segni, tutti i fenomeni.

Se parlavo di te con gente che non ti conosceva o alla quale non interessavi, mi affannavo a spiegare quanto tu fossi straordinario geniale e grande; se passavo dinanzi a un negozio di cravatte e camice mi fermavo d’istinto a cercare la cravatta che ti sarebbe piaciuta. Un amore simile non era nemmeno una malattia..era un cancro! Un cancro che a poco a poco invade gli organi interni col suo moltiplicarsi di cellule, il suo plasma vischioso di male, e più cresci e più diventi cosciente che nessuna malattia può arrestarlo, nessun intervento chirurgico può asportarlo, forse sarebbe stato possibile quando era un granellino di sabbia, un chicco di riso, una vocina che grida, un amplesso mentre il vento fruscia tra i rami d’olivo.

Ora invece non è possibile perchè ti ruba ogni organo, ti divora a tal punto che non sei più te stessa ma un impasto fuso con lui, un unico magma che può disfarsi solo con la morte, la sua morte che sarebbe anche la tua morte, così tu mi avevi invaso e così tu mi stavi divorando, ammazzando.

Oriana Fallaci


insomma, e tu?

E mi chiede, come va? […] Potrei dire: adesso che ti vedo capisco quanto mi sei mancata, e la sola idea che tu sparisca di nuovo mi fa morire, ti amo, ti amo, ti amo e se mi rispondi `sarai mica scemo´, giuro che mangio tutti questi pesci crudi e due chili di pane con la mollica poi mi butto nella pozza gelida, mi verrà una congestione, annegherò e avrai rimorso tutta la vita.

Alla fine dico soltanto: va bene, insomma, e tu?

Stefano Benni - Saltatempo


Lettera col silenzio

Vorrei scriverti una lunga lettera che ti tenesse compagnia per molti giorni, una lettera da chiudere e riaprire come un carillon e che continuasse a suonare a lungo. E ogni volta in un modo diverso.
Ci saranno dentro i giorni e le notti che abbiamo passato insieme, tutti i posti in cui siamo stati, le emozioni che ho sentito. Come se ti stessi parlando, ma senza dirti niente di preciso. Non ho paura che tu possa perdertici dentro. Voglio ricordare. E aiutare te ad entrare dentro i miei ricordi perché diventino anche tuoi. Perché tu possa avvolgerteli attorno e scaldarti al loro fuoco.
[…]
Nemmeno una parola.
Sto in silenzio. Assomiglia ad una preghiera, ma dentro le parole continuano a combattere, a confondersi, ad accavallarsi. Oggi pomeriggio, alle tre in punto, ho guardato il cielo sopra la mia testa. Il tuo aereo era lì. È stato lì per qualche secondo, poi è sparito dentro l’azzurro limpido. È rimasto soltanto l’azzurro. Sono rimaste solo le parole che non ti ho detto. Cielo e parole che continuano a stare sopra di me, a muoversi solidi, a fare rumore. Tutte le cose che non ti ho detto, e quelle che tu non hai detto a me. Un peso che mi schiaccia come un macigno trasportato sulla schiena.
Guardo fuori dalla finestra e vedo linee blu e bianche oltre il vetro. Riesco a ricordare solo inquadrature, frammenti di sogni, come spezzoni di film e vecchi superotto restaurati e incollati assieme senza alcun nesso. Sarà che quando si è soli, i pensieri si sentono liberi di assalirti, di costringerti a pensarli anche quando non ne avresti voglia. Corrono tutti assieme, ti si buttano contro, cercano di scavalcarti.
[…]
Silenzio. Scrivere senza parole. Dipende dalla sintassi forse. Fare in modo che le parole assumano ruoli differenti, che si incastrino con una forza nuova. Ci hai mai pensato? Le persone con cui si riesce a stare in silenzio sono poche. La gente pensa che stare insieme voglia dire parlare e così le parole diventano panico, imbarazzo, i vuoti sono momenti da riempire. Stare in silenzio invece è pienezza, è condividere l’essenziale. La felicità è inspiegabile, è come un’acqua calma che sale dentro, muovendosi lenta, con un ritmo simile al battito del cuore. Ho sentito qualcosa di simile a questo, insieme a te.
Ho scritto molte lettere. Le ho scritte in tempi diversi, in lingue diverse, ho comprato francobolli di tutte le pezzature. Ho scritto a mano, a macchina, col computer. Questa volta vorrei provare a scrivere col silenzio.
[…]
Oggi i miei occhi alternano pieni e vuoti. Pieni e vuoti come tutti gli spazi aperti del mio corpo adesso che non sei qui. Sono stata così: riempita. Di te. La testa invasa da immagini che ti riguardano. E c’è un intero universo di parole che non conosco, riguardo a te. Ogni contatto tra pelle e pelle, tra lingua e pensieri, ha bisogno di una nuova traduzione secondo regole che ancora non conosco. Le cerco come nelle fiabe si cercano tracce della principessa scomparsa. Saranno forse briciole di pane che brillano alla luce della luna. Una scarpa di cristallo, oppure un capello confuso nella polvere. Cerco la chiave che possa aprire lo scrigno magico. Forse è una parola. O un soffio silenzioso.
[…]
Continuo a scrivere. Il pomeriggio è di gomma. Si scioglie sotto le ultime onde di sole. Cola sulla testa delle case, sui rami degli alberi, su tutte le cose. È azzurro e arancio e scurisce in fretta.
C’è un deserto nelle tue parole, a volte, che non sono capace di attraversare. Dici di essere tranquillo con la voce di chi ha smesso di farsi domande. Sei stanco. Ma io ti ho conosciuto vitale, dirompente, appassionato, lirico, devastante, devastato, bastardo e vivo. Ti volevo così e forse non eri tu. Eppure, ora che sei lontano, ormai inafferrabile, tutto dentro un’altra vita, continuo a pensare che sei tu l’uomo che avrei voluto, ancora simile a quello che vorrei, nonostante tutto. Resta amarezza, perché tu sei amaro. Però il tuo corpo canta: niente dolcezza, solo corpo.
[…]
Ci tornerai mai, qui? Dentro questa casa, in queste stanze vuote? Io non lo so. Continuo a scrivere lettere, ad accumulare frasi. Pesano, sai? E mi confondono. La luce si inclina sul tavolo, la tazza di tè fuma accanto al mio avambraccio. Pomeriggi interi con la mano stretta attorno alla penna o con le dita che battono incerte sulla tastiera. Attorno a me fogli di carta con frasi appuntate e poi riscritte sullo schermo freddo per farle diventare vere. E i ricordi, che come ospiti attesi arrivano e bussano alla porta prima di rivelarsi.
Ricordi.
[…]
La notte affonda nel nero. Fuori dai vetri non riesco più a distinguere nulla. Anche i lampioni si sono spenti. È la seconda metà della notte, quella più cupa, quella che mi fa paura. È adesso che tutti i ricordi si fanno più aguzzi. È adesso che sento la stanchezza salire nelle mani e nelle frasi che scrivo. La mia lettera invecchia di colpo, la voce si fa sottile, appena un sussurro spaventato. Resuscito giorni e notti, posti e cose. Mi sento un’apprendista. Piccola maga che cerca di far combaciare voce e tempo e sospetta che questo sia davvero pericoloso, ma continua a farlo. Non cede alla paura e nemmeno al sonno.
Voglio dirti tutto. Pensare tutto e scriverlo. Dirti tutte le cose che ancora non ti ho detto, farle suonare e prolungare quel suono stentato e storto, piegarlo a una specie di musica.
Voglio dirti tutto.
Il tuo viso, le tue mani, la voce e le cose che hai lasciato si accumulano su di me, mi vestono. E a seconda della stagione, a seconda dello sguardo, i vestiti cambiano e i tuoi fragili doni si trasformano in abiti regali da principessa delle fiabe, oppure in stracci logori da barbone.
Le parole non raggiungono il nucleo caldo. Le parole si sfaldano sotto le dita, sono unghie fragili, da limare e lucidare.
Mi manca il tempo. Questa notte sta per finire e il sonno vuole afferrarmi. Se fossi ancora capace, come lo ero da bambina, di far cantare il silenzio, ora potrei chiudere gli occhi, sollevare appena le dita nell’aria e far muovere gli oggetti. Se fossi ancora capace.
L’architettura minima di questa lettera si sta dissolvendo, lo vedi.
Cade a pezzi, si ingarbuglia. O forse, le parole scritte, come gli eventi e le persone, si condensano attorno ad un nucleo secondo una configurazione impossibile da pianificare.
C’è silenzio nella mia stanza. Quel tipo di silenzio che puoi sentire soltanto di notte. Le foglie delle betulle che frusciano sembrano monete che qualcuno scuote dentro la mano chiusa.
Ho scritto tutto il giorno e tutta la notte. Mi ha preso tempo, questa lettera. Sembra che il mondo sia scomparso. In casa non c’è nessuno. Sto qui e sento tutta la distanza.
Ho trovato un tuo messaggio sulla mia agenda. Un foglietto sottile scritto a matita. Poi ne ho trovati altri. Erano scritti a penna, con l’inchiostro colorato oppure nero; altri ancora, erano scritti in gesti che non si possono leggere su carta, gesti che ricordo soltanto io.
Grazie.
Anche per tutta la tristezza che mi hai messo dentro.
Era passato troppo tempo dall’ultima volta che qualcuno mi aveva toccato così forte.
Mi sento come se mi stessi dissolvendo.
In silenzio.

Simona Vinci - In tutti i sensi come l’amore


Continua così: cambia

Certe volte penso che quando alzi la testa, e cominci a muovere le cose e a chiedere, invece di subire tutto praticando il minimo sindacale di resistenza (che poi è il mio modo di vivere), la realtà ti nota. Acquista un pò di stima nei tuoi confronti e ti rende la vita più facile. Ecco perché all’improvviso capita che trovi posto sotto casa, o una donna ti guarda, o ti offrono un lavoro. Come quando ti fai l’amante, che all’improvviso ti cercano altre quattro o cinque donne contemporaneamente (fra cui un paio di ex che non vedevi da qualche anno), e tu ti domandi: “Ehi, ma dove cazzo stavate fino all’altro ieri?”

È che la realtà si informa sul conto delle persone. Quando concede questi bonus procede a un’apertura di credito. Ti dice: eccolo, è tuo, ma non fare la cafonata di sperperarlo tutto per tornare pezzente domani mattina. Non l’hai trovato per terra: l’ho dato proprio a te. Dimostrami che non ho sbagliato sul tuo conto. Continua così: cambia.

Diego De Silva - Non avevo capito niente


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