La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori.
Alda Merini

mercoledì 4 aprile 2012

Fidati dell’acqua e del vento, amore. Hanno le risposte alle tue domande e alle mie

Incapaci di sopportare l’incertezza del futuro, abbiamo
consultato veggenti, medium, guru della borsa, sensitivi
che promettevano la felicità su questo o in un altro pianeta,
maghi dell’amore, questuanti del Santo Graal.
Cercando la certezza
ci siamo chiesti promesse,
nodi d’amore, pegni, anelli,
certificati, titoli di proprietà,
quando sarebbe bastato soltanto
lasciarmi andare alle tue carezze,
lasciarmi guardare nel profondo degli occhi,
e che il vento soffiasse sul viso
come soffierà
attraverso le nostre ossa
prima di quanto pensiamo.
L’attrazione è amore, è poesia,
il sangue pulsa nelle cosce, una scarica elettrica nel cervello.
Il nostro salto in lungo nell’ignoto cominciò quasi
mezzo secolo fa ed è quasi finito.
Penso alle anfore
per la conservazione del miele
a Paestum,
sopravvivono di gran lunga
ai Greci che lo mangiarono,
o agli arredi
nella tomba del faraone,
su cui nessuno più
siede.
Fidati dell’acqua e del vento, amore.
Hanno le risposte alle tue domande
e alle mie.

Erica Jong


E lontano la dea della Malinconia taglia il mio fiore amaro con la sua calda mano, imbiancandomi il capo con rose di memoria

Tutta l’oscurità di notti senza luna
nell’anima è addensata in un fior di lamento.
Nel calice d’acciaio essenze dei Mai Più,
e i petali si tingono d’un’elusa realtà.
La bocca salda e rosa non sentirà il contatto
delle mie labbra stanche di dare baci al vento.
Né le mani assetate nel mio atto dorato
vi lasceran violette recise nella carne.
Sul roveto fiorito restò la mia agonia
scorticata e ferita di Chopin e di piano,
cominciata in un ritmo sessuale e sereno.
E lontano la dea della Malinconia
taglia il mio fiore amaro con la sua calda mano,
imbiancandomi il capo con rose di memoria.

Federico Garcìa Lorca


il mattino portavano l’uno il viso dell’altro

Lui la amava e lei lo amava
i suoi baci le suggevan via l’intero passato e futuro o così tentavano
lui non aveva altro appetito
lei lo mordeva lei lo morsicava lei suggeva
lo voleva completamete dentro di sé
sano e salvo per sempre e poi sempre
le loro piccole urla svolazzavano nelle tende
gli occhi di lei volevano che nulla si perdesse
gli sguardi di lei gli inchiodavano polsi mani gomiti
lui la avvinghiava stretta così che la vita
non la trascinasse via da quel momento
lui voleva che tutto il futuro cessasse
lui voleva buttarsi con le sue braccia intorno a lei
dall’orlo di quel momento e nel nulla
o durevole o quel che ci fosse
l’abbraccio di lei era un torchio immenso
a stamparselo nelle sue ossa
i sorrisi di lui erano soffitte d’un palazzo incantato
ove non vi giungerebbe mai il mondo reale
i sorrisi di lei erano morsi di ragno
così lui giacerebbe immoto fino a che lei non si sentisse affamata
le parole di lui erano esercizi d’occupazione
le risate di lei erano tentativi d’assassino
gli sguardi di lui erano proiettili pugnali di vendetta
le occhiate di lei erano spettri nell’angolo con orribili segreti
i sussurri di lui erano fruste e stivali
i baci di lei erano avvocati che non smettevano di scrivere
le carezze di lui erano gli ultimi ami di un naufrago
i trucchi d’amore di lei erano frantumazione di legami
e i loro gemiti profondi strisciavano sul pavimento
un animale trascinante una grossa trappola
le promesse di lui erano il bavaglio del chirurgo
le promesse di lei scoperchiavano il teschio
lei se ne farebbe fare una spilla
i giuramenti di lei gli mettevano gli occhi in formalina
sul fondo del suo cassetto segreto
le loro urla si appiccicavano alla parete
le loro teste si staccavano nel sonno come le due metà
d’un melone spaccato, ma è duro da smettere l’amore
nel loro sonno intrecciato si scambiavano braccia e gambe
nei loro sogni i loro cervelli prendevano l’un l’altro a ostaggio
il mattino portavano l’uno il viso dell’altro.

Ted Hughes


Io voglio che la vita mi tocchi, che mi dia i suoi contatti.

Non ho intorno che un senso di buio e di incertezza.
L’inquietudine è soverchia. Paralizza persino i miei movimenti.
E ciò nonostante, credo che dentro questo buio troverò una via d’uscita.
Tendo l’orecchio ai possibili rumori, ai suoni, al disegno dell’alba. Ma nulla che venga a travolgermi, a coinvolgermi.
Il mio guscio deve essere di durissimo osso, impenetrabile.
E allora mi accoccolo per terra, vinta, ma con il proposito di tornare a combattere. Questa non è che una pausa; non può essere che una pausa segreta.
Io voglio che la vita mi tocchi, che mi dia i suoi contatti.

Alda Merini


per poi la sera chiudermi nel buio e accertare che splendo anche da solo

Vieni con me non dico, dico portami.
Davanti a un Santo o a una Madonna chi
direbbe, «vieni, andiamo in Tunisia»?
Ma se l’immagine se ne andasse in giro
chi non vorrebbe accompagnarla, chi?
A trenta metri vedo molto bene,
vorrei seguirti sempre a trenta metri,
e a volte, presso un fiume o una fontana,
avvicinarmi a tanto irraggiamento,
se dormi, se riposi, se sorridi,
per poi la sera chiudermi nel buio
e accertare che splendo anche da solo
e che al di sopra del registratore
col nastro inciso con la tua voce
si addensano apparenze luminose
che in altri tempi si chiamavano angeli,
forme sospese, spiriti apprendisti
che da te vogliono in quei rari paraggi
imparare purezza e tenerezza,
ritegno, verità e altre arti angeliche
mai viste insieme, né in quei luoghi né altrove,
o come si asservisce una nazione
abbassando le palpebre semplicemente.



Juan Rodolfo Wilcock


È tutto tuo e non finisce mai

Comunque sia, questo mondo è per te.
Mi sono domandato molte volte
a che serviva, e non serviva a niente,
ma adesso grazie a te ritorna utile.
Fa il conto della merce abbandonata
da Dio e prendila, l’hanno fatta per te
millenni di uomini che non ti conoscevano
ma che cercavano di prefigurare
in templi e tombe di roccia e biblioteche
uno stupore come quello che effondi
quando sorridi e fai fermare il tempo
e tutti ammutoliscono rapiti
e ti alzi e dici, « io me ne vado a letto ».
Dormi, al risveglio sarà lì il tuo retaggio:
una città che fu famosa assai,
un fiume sporco cantato dai poeti,
il cinema dove hanno ucciso Giulio Cesare;
e intorno valli, montagne, mari, oceani,
e capitali, e continenti e selve,
e piramidi, e versi, e adoratori
della tua forma esterna o quella interna
e in alto il cielo e il sole e le stelle e la luna
e sulla terra le bestie ubbidienti
a te che infine vieni a giustificare
la loro straordinaria varietà.
È tutto tuo e non finisce mai.


Juan Rodolfo Wilcock


non ti perdo

Anche se te ne vai
non ti perdo
Vivi nei miei sogni

Alejandro Jodorowsky


Scritto sul corpo c’è un codice segreto

Il movimento delle dita, il linguaggio dei sordomuti, scrivere sul corpo il desiderio del corpo. Chi ti ha insegnato a scrivere col sangue sulla mia schiena? Chi ti ha insegnato a usare le mani come ferri per marchiare? Hai inciso il tuo nome sulle mie spalle, hai apposto su di me il tuo marchio. I polpastrelli delle tue dita sono diventati punzoni, trasmetti un messaggio alla e sulla mia pelle, il messaggio viene recepito nel mio corpo. Il tuo codice Morse intralcia il battito del mio cuore. Avevo un cuore sano prima di incontrarti, potevo contare su di lui, era stato in prima linea ed era diventato forte. E adesso alteri il suo incedere con il tuo ritmo, lo suoni per me, pizzicandomi come una corda di violino.
Scritto sul corpo c’è un codice segreto, visibile solo in certe condizioni di luce; quello che si è accumulato nel corso della vita si ritrova lì.

Janette Winterson - Scritto sul corpo



Però sto fermo, intanto, come sta fermo un ramo su cui sta fermo un passero, m’incanto

Io che ho sempre adorato le spoglie del futuro
e solo del futuro, di nient’altro
ho qualche volta nostalgia
ricordo adesso con spavento
quando alle mie carezze smetterai di bagnarti,
quando dal mio piacere
sarai divisa e forse per bellezza
d’essere tanto amata o per dolcezza
d’avermi amato
farai finta lo stesso di godere.

Le volte che è con furia
che nel tuo ventre cerco la mia gioia
è perché, amore, so che più di tanto
non avrà tempo il tempo
di scorrere equamente per noi due
e che solo in un sogno o dalla corsa
del tempo buttandomi giù prima
posso fare che un giorno tu non voglia
da un altro amore credere l’amore.

Un giorno o l’altro ti lascio, un giorno
dopo l’altro ti lascio, anima mia.
Per gelosia di vecchio, per paura
di perderti – o perché
avrò smesso di vivere, soltanto.
Però sto fermo, intanto,
come sta fermo un ramo
su cui sta fermo un passero, m’incanto…

Non questa volta, non ancora.
Quando ci scivoliamo dalle braccia
è solo per cercare un altro abbraccio,
quello del sonno, della calma – e c’è
come fosse per sempre
da pensare al riposo della spalla,
da aver riguardo per I tuoi capelli.

Meglio che tu non sappia
con che preghiere m’addormento, quali,
parole borbottando
nel quarto muto della gola
per non farmi squartare un’altra volta
dall’avido sonno indovino.

Il cuore che non dorme
dice al cuore che dorme: Abbi paura.
Ma io non sono il mio cuore, non ascolto
né do la sorte, so bene che mancarti,
non perderti, era l’ultima sventura.

Ti muovi nel sonno. Non girarti,
non vedermi vicino e senza luce!
Occhio per occhio, parola per parola,
sto ripassando la parte della vita.

Penso se avrò il coraggio
di tacere, sorridere, guardarti
che mi guardi morire.

Solo questo domando: esserti sempre,
per quanto tu mi sei cara, leggero.

Ti giri nel sonno, in un sogno, a poca luce.

Giovanni Raboni


un’altra volta ancora cominciare ad amarti, un’altra volta ancora trovarti nel caffè della mattina

Questa notte, cercando la tua bocca in un’altra bocca,
quasi credendoci, perché così da cieco è questo fiume
che mi attira nella donna e mi sommerge fra le sue palpebre,
che tristezza nuotare infine verso la sponda del sopore
sapendo che il piacere è questo ignobile schiavo
che accetta le false monete, e le fa circolare sorridendo.

Dimenticata purezza, come vorrei riscattare
questo dolore di Buenos Aires, questa
attesa senza pause né speranza.
Solo nella mia casa aperta sopra il porto
un’altra volta ancora cominciare ad amarti,
un’altra volta ancora trovarti nel caffè della mattina
senza che tante cose irrinunciabili
siano state.
E non dover ricordare questa dimenticanza
che sale per niente, per cancellare dalla lavagna i tuoi pupazzetti
e non lasciarmi che una finestra senza stelle.

Julio Cortazar



Incolori e indomiti, siamo soli nel limbo del nostro piacere perché io e te siamo pieni di amore carnale, io e te

Io sono la tua carne,
la carne eletta del tuo spirito.
Non potrai mai visitarmi nel giorno
prima che il puro lavacro del sogno
mi abbia incenerita
per restituirmi a te in pagine di poesia,
in sospiri di lunga attesa.
Temo per il mio dolore,
come se la tua dolcezza
potesse farlo morire
e privarmi così di quel paesaggio misterioso
che sono i ricordi.
Sono piena di riti
e della logica dei ricordi
che viene dopo, quando si affaccia alla mia vita
il rendiconto della verità giornaliera,
il sogno affogato nell’acqua.
Sono misteriosa come tutti,
ogni mio movimento è un miracolo
e tu lo sai,
ma il grande passo
che io possa fare è venire da te
(un viaggio infinito senza ristoro,
forse un viaggio che mi porterebbe a morire
perché io sono il canto e la lunga strada).
Il canto muore, va a morire
nelle viscere della terra
perché io sono la misura
del tuo grande spettacolo di uomo;
sono lo spettatore vivo
delle tue rimembranze ma anche l’insetto,
l’animale che sogna e che divora.
Prima della poesia viene la pace,
un lago sempiterno e pieno
sopra il quale non passa nulla,
neanche un veliero;
prima della poesia viene la morte,
qualche cosa che balza e rimbalza
sopra le acque; il lungo cammino
di una folla di genio e di malizia
che porta lontano,
ma io e te siamo soli
come se fossimo stati creati
primi e per la prima volta;
io e te siamo riemersi dal fango della folla
e giornalmente tentiamo di rimanere soli
in questa risma di carte
che è il grande spettacolo dei vivi.
Io e te siamo esangui,
senza voglia di finire questo incantesimo.
Incolori e indomiti, siamo soli
nel limbo del nostro piacere
perché io e te
siamo pieni di amore carnale,
io e te.

Alda Merini


Non smetteremo di esplorare

Non smetteremo di esplorare e alla fine di tutto il nostro andare ritorneremo al punto di partenza per conoscerlo per la prima volta 

Thomas Stearns Eliot


noi dobbiamo essere o disperati, o al settimo cielo

Sembra quasi che se metti la musica (e i libri, probabilmente, e i film, e il teatro, e qualsiasi cosa procuri emozioni) al primo posto, non riuscirai mai a chiarire la tua vita amorosa, e non arriverai mai a considerarla come un prodotto finito. Ci troverai sempre qualcosa da ridire, starai sempre in subbuglio, e continuerai a criticare e a cercare di dipanare la matassa finché non va tutto a rotoli e devi ricominciare daccapo. Forse noi viviamo troppo protesi verso un apice, dico noi che assorbiamo emozioni da mattina a sera, e di conseguenza non riusciamo mai a sentirci semplicemente contenti: noi dobbiamo essere o disperati, o al settimo cielo, e questi sono stati d’animo difficili da raggiungere in una relazione stabile e solida. 

Nick Hornby - Alta fedeltà


Domani… quando sarai là dietro una fragile parete di venti, di cieli e di anni

Non ti vedo. So bene
che sei qui, dietro
una parete fragile
di mattoni e di calce, alla portata
della mia voce, se solo chiamassi.
Ma non chiamerò.
Domani ti chiamerò,
quando, non più scorgendoti,
fingerò che tu insisti
qui presso al mio fianco,
e che basta oggi la voce
che ieri tenni muta.
Domani… quando sarai
là dietro una
fragile parete di venti,
di cieli e di anni.

Pedro Salinas


Forse è solo nei momenti eccezionali che ci rendiamo conto dei nostri anni, mentre per la maggior parte del tempo siamo senza-età

Ma la donna, anche se doveva sapere di non essere pù bella, in quel momento l’aveva dimenticato.Con una certa parte del nostro essere viviamo tutti fuori dal tempo. Forse è solo nei momenti eccezionali che ci rendiamo conto dei nostri anni, mentre per la maggior parte del tempo siamo senza-età. 

Milan Kundera - L’immortalità


Ti aspettavo

…lui pensa che da qualche parte, nel mondo, incontrerà un giorno una donna che, da sempre, è la sua donna. Ogni tanto si rammarica che il destino si ostini a farlo attendere con tanta indelicata tenacia, ma col tempo ha imparato a considerare la cosa con grande serenità. Quasi ogni giorno, ormai da anni, prende la penna in mano e scrive. Non ha nomi e non ha indirizzi da mettere sulle buste: ma ha una vita da raccontare. E a chi, se non a lei? Lui pensa che quando si incontreranno sarà bello posarle sul grembo una scatola di mogano piena di lettere e dirle - Ti aspettavo…

Alessandro Baricco - Oceano Mare


Quando, alla sera, noi sentiamo una nostalgia di non sappiamo che, è la vita che cerca la sua mèta: il giardino delle rose che è il suo destino

No. Non c’è nessuna società perfetta, nessuna religione perfetta. E’ importante però sapere che noi intravediamo la perfezione e che, qualche volta individualmente, qualche volta anche collettivamente, vi possiamo andare di un infinitesimo più vicini. Noi vorremmo che la grande, assoluta felicità di cui sentiamo il desiderio ci venisse data, noi vorremmo raggiungere subito, ora, il porto luminoso della pace. Giorno dopo giorno, in questa attesa, guardiamo sempre al domani, ma ci restano in mano solo briciole. Io non credo che la natura, l’architetto dell’evoluzione, ci abbia messo nell’anima questo stimolo senza un senso. Esso ci costringe a creare sempre e creare migliaia, milioni, miliardi di esperienze, di esperimenti. La natura scopre solo attraverso una incredibile dissipazione. Miliardi di miliardi di stelle per produrre la vita sulla terra, miliardi di uova per produrre un pesce, miliardi di miliardi di tentativi per produrre un passo in avanti. Non siamo noi, è la natura che cerca. Se quella è la speranza, quella è la direzione. D’altra parte lo sappiamo anche noi, nella nostra vita individuale, che questo è l’unico modo di procedere. E’ solo quando il desiderio diventa doloroso ed il presente invivibile che noi riusciamo a spezzare gli ostacoli esterni ed interni e a correre avanti. Il desiderio che ci brucia è veramente il fuoco della vita; il dolore è il caos primordiale da cui emerge il mondo, l’angoscia del molteplice, del diviso che tende all’unità. Quando, alla sera, noi sentiamo una nostalgia di non sappiamo che, è la vita che cerca la sua mèta: il giardino delle rose che è il suo destino.

Francesco Alberoni - L’albero della vita


E c’è sempre luce, ma non è mai giorno

C’è un’isola in me,
dove il vento soffia
di terra, e quando il mare urla
la sabbia impazzisce.
E c’è sempre luce, ma non è mai giorno.
Fernando Pessoa


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