La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori.
Alda Merini

venerdì 13 aprile 2012

Sarà "tutto, sempre"


Devo togliermi dalle tue mani, ritornare in possesso di me stessa. Sono stata un dono fatale. Sono stata il dono del dolore che cercavi tanto ansiosamente, la massima ricompensa del piacere. Benché avvinti in un selvaggio minuetto, ci siamo librati nello spazio, liberamente, chiunque e qualunque cosa fossimo, o fossimo destinati a essere. Come creature venute da un altro pianeta perduto. Tu avevi bisogno del dolore. Era il mio dolore che agognavi. Ma anche se adesso non ci credi, la tua fame è saziata in pieno. Ricorda, ora hai il tuo dolore. Sarà "tutto, sempre". Anche se tu mi trovassi, io non ci sarei. Non cercare una cosa che hai già. Anche le ore e i giorni che ci sono stati concessi, e che ora sono finiti per sempre, sono "tutto. Sempre.

Josephine Hart - Il danno


Tutto è sospeso come in un’attesa

Io che come un sonnambulo cammino
per le mie trite vie quotidiane,
vedendoti dínnanzi a me trasalgo.
Tu mi cammini innanzi lenta come
una regina.
Regolo il mio passo
io subito destato dal mio sonno
sul tuo ch’è come una sapiente musica.
E possibilità d’amore e gloria
mi s’affacciano al cuore e me lo gonfiano.
Pei riccioletti folli d’una nuca,
per l’ala d’un cappello io posso ancora
alleggerirmi della mia tristezza.
lo sono ancora giovane inesperto
col cuore pronto a tutte le follie.
Una luce si fa nel dormiveglia
della mia vita.
Tutto è sospeso come in un’attesa.
Non penso più. Sono contento e muto.
Batte il mio cuore al ritmo del tuo passo.

Camillo Sbarbaro


Un rapporto di coppia è come un giardino

Un rapporto di coppia è come un giardino. 

Per crescere rigoglioso deve essere innaffiato regolarmente. Ha bisogno di cure particolari a seconda della stagione e del clima. Bisogna deporre i semi ed estirpare le erbacce. In modo analogo, per mantenere viva la magia dell’amore è necessario che ne comprendiamo le stagioni e dedichiamo cure adeguate alle speciali necessità dell’amore stesso. 

La Primavera
L’innamoramento equivale alla primavera. Quando ci innamoriamo crediamo che saremo felici per sempre. Non riusciamo neppure a concepire di non amare il nostro compagno. E’ questo un bel momento di innocenza in cui l’amore sembra eterno, un periodo magico in cui tutto appare perfetto e funziona senza sforzo. Il nostro partner ci appare come la risposta a tutte le nostre necessità. Danziamo insieme in perfetta armonia e ci beiamo della nostra buona fortuna. 

L’Estate
Nell’estate dell’amore realizziamo che il nostro partner non è perfetto come pensavamo e che il rapporto di coppia ha bisogno di cure. Non solo il nostro partner viene da un altro pianeta, ma è un essere umano con i suoi limiti e i suoi errori. 

Sorgono così frustrazioni e delusioni; le erbacce devono essere sradicate e le piante hanno bisogno di dosi supplementari di acqua per non avvizzire sotto il sole. Dare e ricevere amore non è più così facile. Scopriamo che non siamo sempre felici e che non sempre ci sentiamo bendisposti. La realtà non è all’altezza delle aspettative. 

A questo punto molte coppie cadono preda della disillusione. Non vogliono lavorare per costruire un rapporto sano e irrealisticamente desidererebbero che fosse sempre primavera. Biasimano il loro partner e rinunciano alla lotta. Ciò che non capiscono è che l’amore non è sempre facile; a volte per tenerlo vivo bisogna faticare sotto un sole incandescente. Nella stagione estiva dell’amore, dobbiamo prestare la massima cura alle necessità del nostro partner, e, al tempo stesso, chiedere e ottenere l’amore di cui abbiamo bisogno. Nulla di tutto questo avviene automaticamente. 

L’Autunno
Se abbiamo curato il giardino durante l’estate, in autunno ne raccoglieremo i frutti. E’ questa una stagione d’oro… intensa e gratificante. Sperimentiamo un amore più maturo, capace di accettare e capire le imperfezioni del partner e le nostre. E’ un momento per ringraziare e per condividere. Dopo aver lavorato sodo durante l’estate possiamo rilassarci e goderci l’amore a cui abbiamo dato vita. 

L’Inverno
Ecco che il tempo cambia di nuovo e subentra l’inverno. Durante i mesi freddi e spogli della stagione invernale la natura si ritira in se stessa. E’ un tempo di riposo, di riflessione e di rinnovamento; il tempo in cui sperimentiamo il nostro dolore irrisolto: e il coperchio si solleva per lasciare uscire i sentimenti dolorosi. E’ un tempo di crescita solitaria, in cui dobbiamo cercare più in noi stessi che nel nostro partner l’amore e la gratificazione. Ed è anche il tempo di risanamento, quando gli uomini si ritirano nelle loro caverne e le donne sprofondano nei loro pozzi. 

Dopo esserci amati e guariti durante il buio inverno dell’amore, ritorna inevitabilmente la primavera. Ancora una volta nascono sentimenti di speranza, di amore e di infinite possibilità. Grazie all’opera di risanamento interiore e all’esplorazione della nostra anima, di cui ci siamo occupati durante l’inverno, siamo di nuovo in grado di aprire i nostri cuori per vivere la primavera dell’amore. 

John Gray - Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere


È che tu sia anima e sangue e vita in me E dirlo cantando a tutti.

Essere poeta è essere più alto, è essere più grande
degli uomini. Mordere come si bacia.
È essere mendicante e dare come si fosse
re del regno, di qua e oltre il dolore.
È avere di mille desideri lo splendore
e non sapere nemmeno quello che si desidera.
È avere qua dentro un astro che fiammeggia.
È avere artigli e ali di condor.
È avere fame e sete di infinito.
Per elmo mattine d’oro e di seta.
È condensare il mondo in un solo grido.
Ed è amarti così perdutamente
È che tu sia anima e sangue e vita in me
E dirlo cantando a tutti.

Florbela Espanca


«Ti amo», sussurrò Saffo camminando all’indietro

Quando due si lasciano, non parte chi se ne va: parte chi resta. Chi se ne va era partito già molto tempo prima. All’apparenza è lei a prendere la nave, lei a muoversi: ma è un falso movimento, il suo; è come se fossi io a camminare all’indietro, senza accorgermene. Per lei non c’è partenza, è ferma nel suo nuovo amore – non cambia stato la sua anima, quieto, alla fonda, il desiderio. È chi resta, invece, il solo a partire, cambiare condizione, forma del vivere, giornate, veglie, sussulti. È chi resta a non ritrovarsi più in quel posto, in quella geografia conosciuta di carezze e pensieri, e deve spezzare, andarsene, cambiar nome all’amore che non riconosce. È di chi resta l’unica partenza».

Questo, non altro pensiero, si muoveva a Saffo nel petto, la notte in cui salutò Anattoria, l’achea, la bella e le intrecciò l’ultima ghirlanda perché ricordasse, anche con quell’uomo. Un uomo gliela portava via: un uomo e una nave. Da lì, da quella spiaggia di Mitilene, cento, mille ne aveva viste passare di navi, e tutte da guerra.

«Gli uomini vanno per mare perché sono come il mare, tempesta e passione, onda incerta, dubbiosa: incerta pure la meta, e mai l’ultima. Gli uomini sono quella rabbia senza fine di scoprire tutto, di insinuarsi ovunque, come il mare, al falso, dolce carezzar di spuma, quando il vento del cuore, a tratti, si placa; e del mare hanno l’inconsistenza, il lungo canto illusorio e la violenza di tamburo battuto, fino al sacrificio. E non hanno colore, come il mare. Perché il mare altro non è che il riflesso del cielo, è un cielo capovolto: e in questo riflesso attraversano al contrario la verità e la vita. E meno bastano a se stessi, più devono avere cose: ricchezze, imperi, schiavi, potere. Di nessun altro deve essere tutto ciò che non è loro: rompono, distruggono, annientano quello che non possono avere. E il cielo. Forse il cielo siamo noi. Noi non riflettiamo la luce, prendendo altrove colore, noi siamo colore. Non muoviamo burrasche livide e impercorribili: siamo brevi temporali o nere confessate agonie; ma di più, molto di più, tenero, sconfinato azzurro e canto di culla, di lavoro e poesia. Ma forse sto pensando così solo perché tu te ne vai. Penso così solo perché tu mi lasci».

E l’uomo era giovane, l’uomo era bello e l’avrebbe portata lontano, in Lidia, a Sardi, danzando la groppa di cavalli pezzati, ed era bella Anattoria, quella sera, alta nel lungo finissimo velo, struggente alle pieghe di chitone e doppia la faccia, che guarda ora il mare, ora i piedi di Saffo.

«Ti amo», disse all’improvviso Anattoria.

«Questo non avrà mai il tuo sposo: questo sapere dell’amore. Mi sento morire all’idea delle sue carezze sulla tua pelle e ancor più dei sorrisi, i tuoi, ai suoi ritorni. Non c’è musica, non c’è rosso tramonto che mi possa quietare, non c’è un verso, uno solo, che io possa riascoltare nella bellezza che aveva prima, quando lo confusi all’incerto leggerlo della tua bocca sulle mie labbra. Non c’è un dio che possa saettarmi o lavarmi d’acqua, non c’è Afrodite che possa ridarmi, inimitabile, quel tuo fuoco: ma questo so, che per quanto lui ti abbia, per quanto ti desideri, ti copra e frema; per quanto tu possa aspettare, conosciuto al battito, i rumori dei suoi passi e respirare nell’aria l’odore dell’assenza e dell’attesa, per quanto corra nelle vostre vene sangue veloce e si tramuti in grido nell’attimo più bello: tu non sei lui, e lui non è te. E invece io parlo ed è la tua voce, muovo le mani e sono le tue, tuo il mio sguardo, i tuoi pensieri crescono in me, e pure i sogni sono i sogni di Anattoria. E darei vita e morte perché non mi straziassi di questa presenza. Esserti e non averti: qui sta lo strazio, perché altro sarebbe averti, e mille volte solo averti. Averti, stringerti fino a farti male, come farebbe un soldato ubriaco, sordo agli strilli, poderoso all’assalto e fiume in piena. No, no, questo no. Era soffio tra noi e tenerezza. Ma sovrumano e così piccolo insieme è questo distacco: così in fondo alla terra, così a tutti sconosciuto, un punto qualunque di dolore. Quando un uomo perde un amore, perde solo qualcuno, qualcosa. A noi non è concesso: non te ne vai tu sola, ma il mondo che abitavamo insonni, come gli dèi. Non perdo Anattoria, perdo l’universo che eravamo. Staccatasi una parte, quel che resta dell’animo non sa vivere a sé: si sgretola, si disfa, è polvere».

E già d’altri rumori, altri suoni, voci, passi a danza, e già d’altre risate era piena la spiaggia: giungevan di corsa le compagne a piedi nudi, d’importuna felicità chiassose e unite in coro a festeggiar la sposa.

La luna ebbe un sussulto, sparì d’un tratto e tutto parve oscuro sogno all’alba, quando hai ancor più paura.

«Ti amo», sussurrò Saffo camminando all’indietro.

Roberto Vecchioni - Viaggi del tempo immobile


Nel deserto io guardo con asciutti occhi me stesso

Taci Anima stanca di godere
e di soffrire, all'uno e all'altro vai
rassegnata.
Ascolto e non mi giunge una tua voce
non di rimpianto per la miserabile
giovinezza, non d'ira e di speranza
e neppure di tedio.
Giaci come
il corpo, ammutolita
in un'indifferenza disperata.
Noi non ci stupiremo
non è vero, mia Anima, se il cuore
s'arrestasse, sospeso se non ci fosse
più fiato.
Invece camminiamo.
Camminiamo io e te come sonnambuli.
E gli alberi son alberi, le case
son case, le donne
che passano son donne, e tutto è quello
che è, soltanto quel che è.
La vicenda di gioia e di dolore
non ci tocca.
Perduta ha la sua voce
la sirena del mondo, e il mondo è un grande
deserto.
Nel deserto
io guardo con asciutti occhi me stesso...

Camillo Sbarbaro


la vita procede quasi dritta

Ci abituiamo a poco a poco al buio
quando la luce è scomparsa ai nostri occhi,
come quando il vicino tiene in mano
il lume, testimone del suo addio.
Per un momento camminiamo incerti,
la novità della notte ci avvolge,
poi la visione si adatta alle ombre
ed avanziamo ritti sul sentiero.
Così accade in tenebre più vaste,
in quelle notti della nostra mente
quando a svelare un segno non c'è luna,
né sorge alcuna stella dentro l''anima.
I più audaci vanno un po' a tastoni,
e sbattono talvolta con la fronte
contro un albero, colpendolo in pieno.
Ma non appena imparano a vedere
o la tenebra non è più la stessa,
o qualcosa si aggiusta nella vista
adeguandosi alla notte fonda,
e la vita procede quasi dritta.

Emily Dickinson




E allora l'oscurità sarà luce, e l'immobilità danza

Ho detto alla mia anima di stare ferma, e di stare ad aspettare senza sperare.
Perché sperare sarebbe sperare la cosa sbagliata;
Di stare ad aspettare senza amore.
Perché l'amore sarebbe amore per la cosa sbagliata;
Ma resta ancora la fede.
Ma fede e amore e speranza sono tutte nell'attesa.
Aspetta senza pensare, perché non sei pronto per pensare.
E allora l'oscurità sarà luce, e l'immobilità danza.

Thomas Stearns Eliot


Non essendo che uomini, camminavamo tra gli alberi.

Non essendo che uomini, camminavamo tra gli alberi
spauriti, pronunciando sillabe sommesse
per timore di svegliare le cornacchie,
per timore di entrare
senza rumore in un mondo di ali e di stridi.
Se fossimo bambini potremmo arrampicarci,
catturare nel sonno le cornacchie, senza spezzare un rametto,
e, dopo l'agile ascesa,
cacciare la testa al disopra dei rami
per ammirare stupiti le immancabili stelle.
Dalla confusione, come al solito,
e dallo stupore che l'uomo conosce,
dal caos verrebbe la beatitudine.
Questa, dunque, è leggiadria, dicevamo,
bambini che osservano con stupore le stelle,
è lo scopo e la conclusione.
Non essendo che uomini, camminavamo tra gli alberi.

Dylan Thomas



La lava soffierà mentre noi vivremo.

C'è una devastazione
nelle cose e negli esseri,
come se un vulcano
sollevasse le sopracciglia
e lì, su quella terra,
si posassero intere le
angosce, solitudini,
passate disperazioni
e tutta la condizione
di uomo senza soglia,
ventura così corta,
punizione estrema.
C'è una devastazione
nelle acque e negli esseri;
i pesci, con il loro vigore,
si sciolgono nell'ombelico
di questo vulcano di squame.
C'è una devastazione
nelle piante e negli esseri;
l'uomo ricurvo
con la palpebra sulle ginocchia.
La lava soffierà
mentre noi vivremo.

Carlos Nejar


E ci muoveremo fiume dentro fiume, corpo dentro corpo come antichi velieri.

La nostra saggezza è quella dei fiumi.
Non ne abbiamo un'altra.
Persistere. Andare con i fiumi,
onda su onda.
I pesci incroceranno i nostri visi vuoti.
Intatti passeremo sotto la corrente
creata da noi e la nostra disperazione.
Passeremo limpidi.
E ci muoveremo
fiume dentro fiume,
corpo dentro corpo
come antichi velieri.

Carlos Nejar


Dal gioco degli occhi che balbettano mi ridi sul petto a colpi di piccoli gridi.

Al segno che ti dà la stanza sciogli
sulla parete l’ombra dei capelli,
le braccia alzate, la flessuosa voglia
d’avermi, e già dal ridere mi volti
nella raffica buia, mi cancelli
per affiorare dal lamento vano.
Smarrita, nel cercarmi con la mano,
nel distinguermi il volto, grata, piena
d’aperto e poi ripresa dalla lena
della dolcezza, calma a poco a poco
come in un lungo brivido. Dal gioco
degli occhi che balbettano mi ridi
sul petto a colpi di piccoli gridi.

Alfonso Gatto


E ora sei qui, da sempre simile al vento,ai fiori,ai vulcani. Alle origini.

Riaverti così, sentire
in me che tu sei simile
al vento e agli anemoni.
Alle origini. Riaverti
dopo il tempo dell’abbandono
dopo gli oltraggi e l’odio
senza pentimenti, senza perdono.
Sono stato lontano da te
per anni come uno che
vuole essere solo, più
solo di un muro diroccato
più immobile di un sasso
che non lambisce il mare.
Poi abbiamo incominciato a viaggiare.
Dove ci siamo incontrati
Anima?
In che piazza di
città, in che prato,
in riva a che torrente?
E ora sei qui, da sempre
simile al vento,ai fiori,ai vulcani.
Alle origini.

Giuseppe Conte


E tutta la mia anima è nelle campane ma la musica non salva dall'abisso!

Sento una paura invincibile
in presenza dell'altezza misteriosa;
io sono soddisfatto della rondine nei cieli
e amo il volo delle campane!
E, sembra, antico pedone,
che sopra l'abisso, sui ponti che si curvano,
ascolto come cresce una palla di neve
e l'eternità batte sulle ore di pietra.
Se così fosse! Ma io non sono
quel viandante che passa rapido sulle foglie sbiadite
e veramente in me canta la tristezza.
In realtà, la valanga è sulle montagne!
E tutta la mia anima è nelle campane
ma la musica non salva dall'abisso!

Osip Mandel’štam


Stare qui per anni sulla terra, con le nubi che arrivano, con gli uccelli, sospesi a fragili ore.

Stare qui per anni sulla terra,
con le nubi che arrivano, con gli uccelli,
sospesi a fragili ore.
A bordo, quasi alla deriva,
più vicini a Saturno, più lontani,
mentre il sole fa un giro e ci trascina
e il sangue percorre il suo profondo universo
più sacro di tutti gli astri.
Stare qui sulla terra: non più lontani
di un albero, né più incomprensibili,
leggeri d’autunno, gonfi d’estate,
con ciò che siamo o non siamo, con l’ombra,
la memoria, il desiderio, fino alla fine
(se c’è una fine) voce a voce,
casa per casa,
sia chi porta la terra, se la portano,
o chi l’attende, se l’attendono,
dividendo insieme ogni volta il pane
in due, in tre, in quattro,
senza dimenticare gli avanzi per la formica
che sempre viaggia da remote stelle
per essere puntuale all’ora della nostra cena
sebbene le briciole siano amare.

Eugenio Montejo


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