La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori.
Alda Merini

venerdì 27 aprile 2012

ciò che si porta fuori dall’ambiente, lo si porta dentro il proprio volto

Nei cortili con gli alberi di gelso, l’ombra cadeva come quiete
su un vecchio volto seduto sulla sedia.
(..) In queste rare occasioni un filo di luce cadeva dritto
dalla cima dell’albero sul vecchio volto e rivelava una ambiente remoto.
Guardavo sopra e sotto questo filo. Sentivo un brivido alla schiena,
perchè questa quiete non proveniva dai rami di gelso,
ma dalla solitudine degli occhi sul volto.
(..) C’era un ambiente sul volto. Vedevo un uomo
o una donna abbandonare questo ambiente
e trasportare fuori un sacco con un albero di gelso.
Vedevo innumerevoli alberi di gelso
trasportati nei cortili della città.
Nel quadrilatero di Lola lessi più tardi:
ciò che si porta fuori dall’ambiente, lo si porta dentro il proprio volto.

Herta Muller - Il paese delle prugne verdi


recami ancora, più che puoi, stasera...

Serbali tu com'erano, memoria.
E più che puoi, memoria, di quell'amore mio
recami ancora, più che puoi, stasera...

Costantino Kavafis


Sia placido questo nostro esserci – questo essere corpi scelti per l’incastro dei compagni d’amore.

Sii dolce con me. Sii gentile.
E’ breve il tempo che resta. Poi
saremo scie luminosissime.
E quanta nostalgia avremo
dell’umano. Come ora ne
abbiamo dell’infinità.
Ma non avremo le mani. Non potremo
fare carezze con le mani.
E nemmeno guance da sfiorare
leggere.
Una nostalgia d’imperfetto
ci gonfierà i fotoni lucenti.
Sii dolce con me.
Maneggiami con cura.
Abbi la cautela dei cristalli
con me e anche con te.
Quello che siamo
è prezioso più dell’opera blindata nei sotterranei
e affettivo e fragile. La vita ha bisogno
di un corpo per essere e tu sii dolce
con ogni corpo. Tocca leggermente
leggermente poggia il tuo piede
e abbi cura
di ogni meccanismo di volo
di ogni guizzo e volteggio
e maturazione e radice
e scorrere d’acqua e scatto
e becchettio e schiudersi o
svanire di foglie
fino al fenomeno
della fioritura,
fino al pezzo di carne sulla tavola
che è corpo mangiabile
per il mio ardore d’essere qui.
Ringraziamo. Ogni tanto.
Sia placido questo nostro esserci –
questo essere corpi scelti
per l’incastro dei compagni
d’amore.

Mariangela Gualtieri


Quanto tempo è per sempre?

Alice: “Quanto tempo è per sempre?”

Coniglio bianco: “A volte, solo un secondo.”

Lewis Carrol


Forse volevo partire

Sono passato dalla stazione.
Forse volevo partire.
O sognare che arrivasse qualcuno.

Stefano Benni


Mi ascolti o mi guardi?

- Mi ascolti o mi guardi?

- Posso scegliere?

Sorrise...

Erri De Luca


mi piacciono gli abbracci, la ricomposizione, la fine della mancanza di qualcuno

Mi piace vedere la gente che si corre incontro, mi piacciono i baci e i pianti, amo l’impazienza, le storie che la bocca non riesce a raccontare abbastanza in fretta, le orecchie che non sono abbastanza grandi, gli occhi che non abbracciano tutto il cambiamento, mi piacciono gli abbracci, la ricomposizione, la fine della mancanza di qualcuno.

Jonathan Safran Foer


È una casa sì grande l’assenza che entrerai in essa attraverso i muri e appenderai i quadri nell’aria.

Se muoio sopravvivimi con tanta forza pura
che tu risvegli la furia del pallido e del freddo,
da sud a sud alza i tuoi occhi indelebili,
da sole a sole suoni la tua bocca di chitarra.

Non voglio che vacillino il tuo riso né i tuoi passi,
non voglio che muoia la mia eredità di gioia,
non bussare al mio petto, sono assente.
Vivi nella mia assenza come in una casa.

È una casa sì grande l’assenza
che entrerai in essa attraverso i muri
e appenderai i quadri nell’aria.

È una casa sì trasparente l’assenza
che senza vita io ti vedrò vivere
e se soffri, amor mio, morirò nuovamente.

Pablo Neruda


Il suo bacio era una domanda a cui lui avrebbe voluto rispondere per il resto della sua vita

Durante l’Era del Vetro, tutti - uomini e donne – credevano che una parte di loro fosse estremamente fragile. Per alcuni era una mano, per altri il femore e altri ancora credevano di avere il naso di vetro. L’Era del Vetro seguiva l’Era della Pietra come correttivo evolutivo e introduceva nelle relazioni umane un nuovo senso di fragilità che favoriva la compassione. Questo periodo durò un tempo relativamente breve nella storia dell’amore – circa un secolo – finché un medico di nome Ignacio da Silva introdusse una cura che consisteva nello stendere il paziente sul lettino e nello stringere in un forte abbraccio la parte in questione, dimostrando così la verità. L’illusione anatomica che era parsa tanto reale lentamente scomparve ma – come molte cose a cui non riusciamo a rinunciare pur non avendone più bisogno – non del tutto. E di quando in quando, per ragioni ignote, riemerge, insinuando il sospetto che l’Era del Vetro, così come l’Era del Silenzio, non sia mai del tutto finita.
Prendiamo per esempio il tizio che cammina per la strada. Neanche ci faresti caso, è il classico tipo che nessuno nota; il suo abbigliamento e il contegno sono assolutamente anonimi. Di solito – lo confermerebbe lui stesso – passa inosservato. Non ha niente con sé. O perlomeno sembra che non abbia niente; né un ombrello, nonostante minacci di piovere, né una valigetta, benché sia l’ora di punta; e intorno a lui, china per difendersi dal vento, la gente si avvia a casa, diretta verso dimore accoglienti in periferia, dove i bambini stanno facendo i compiti al tavolo della cucina, il profumo della cena si diffonde nell’aria e forse c’è anche un cane da qualche parte, perché c’è sempre un cane in certe case.
Una sera, quando quest’uomo era ancora giovane, decise di andare a una festa. Qui incontrò una ragazza che era stata sua compagna di scuola sin dalle elementari, una ragazza della quale era sempre stato un po’ innamorato anche se era certo che lei non si accorgeva nemmeno della sua esistenza. Aveva il nome più bello che avesse mai sentito: Alma. Quando lo vide accanto alla porta, lei si illuminò in viso e si avviò nella sua direzione per parlargli. Lui rimase incredulo.
Trascorsero un paio d’ore. Doveva essere stata una bellissima conversazione, perché alla fine Alma gli disse di chiudere gli occhi. Poi lo baciò. Il suo bacio era una domanda a cui lui avrebbe voluto rispondere per il resto della sua vita. Si sentì tremare. Temette di essere sul punto di crollare. Per chiunque altro sarebbe stata una cosa normale, ma per lui non era così semplice, perché quest’uomo credeva – e lo aveva creduto da sempre – che una parte di lui fosse di vetro. Aveva paura di fare un movimento sbagliato, di cadere e di frantumarsi davanti a lei. A malincuore si ritrasse. Abbassò gli occhi e sorrise, sperando che lei capisse. Parlarono per ore.
Quella sera tornò a casa pieno di gioia. Non poté dormire tanto era emozionato al pensiero della sera dopo, quando lui e Alma si sarebbero visti per andare al cinema. Andò a prenderla e le regalò un mazzo di giunchiglie gialle. Al cinema combatté – e vinse! – contro il pericolo di stare seduto. Guardò tutto il film chino in avanti, in modo che il suo peso poggiasse sulla parte superiore delle gambe e non sulla parte di lui che era fatta di vetro. Se Alma lo notò, non lo diede a vedere. Lui spostò appena il ginocchio, e poi ancora un po’, finché lo appoggiò alla gamba di lei. Stava sudando. Quando il film terminò non avrebbe saputo dire di che cosa parlasse. Le propose di fare una passeggiata nel parco. Questa volta fu lui a fermarsi, prese Alma fra le braccia e la baciò. Quando iniziarono a tremargli le ginocchia e temette di finire disteso a terra fra mille schegge di vetro, dovette resistere all’impulso di allontanarsi. Le fece scivolare le dita lungo la schiena sfiorandole la camicetta leggera, e per un istante dimenticò il pericolo, grato al mondo che crea le divisioni proprio perché possiamo superarle, assaporando la gioia di avvicinarsi all’altro, anche se, nel profondo non possiamo mai dimenticare le insormontabili differenze che tristemente ci separano. Solo allora si rese conto che stava tremando. Irrigidì i muscoli cercando di fermare il tremito. Alma avvertì la sua esitazione. Si tirò indietro e lo guardò con un’espressione quasi ferita, e allora lui fu sul punto di dire le frasi che voleva dire da anni: Una parte di me è fatta di vetro, e anche: Ti amo.
Vide Alma un’ultima volta. Ma non poteva immaginare che sarebbe stata l’ultima. Pensava che sarebbe stato solo l’inizio. Passò il pomeriggio a fare una collana di uccelli di carta legati insieme con lo spago. Prima di uscire di casa afferrò d’impulso un cuscino a punto croce posato sul divano di sua madre e se lo infilo dietro nei pantaloni come misura preventiva. E subito si domandò perché non ci avesse pensato prima.
Quella sera diede ad Alma la collana e gliela legò al collo: fin lì aveva avvertito solo un lieve tremore, niente di terribile; ma quando lei, baciandolo gli passò le dita lungo la schiena e, dopo una breve esitazione, fece scivolare la mano sul dietro dei pantaloni per ritrarsi subito con un’espressione a metà fra il riso e l’orrore che a lui rammentò un certo dolore che aveva sempre conosciuto, venne fuori la verità. Lui almeno cercò di dirle la verità, ma il risultato fu una mezza verità. Tempo dopo, molto tempo dopo, capì che due cose non poteva perdonarsi: il graffio che la collana aveva procurato ad Alma quando lei si era tirata indietro – l’aveva visto alla luce del lampione – e aver scelto la frase sbagliata nel momento più importante della sua vita.

Nicole Krauss - La storia dell’Amore


un desiderio vago di cose ignote

La vinceva una specie di dormiveglia, una serenità che le veniva da ogni cosa, e si impadroniva di lei, e l’attaccava lì, col libro sulle ginocchia, con gli occhi spalancati e fissi, la mente che correva lontano. Le cadeva addosso una malinconia dolce come una carezza lieve, che le stringeva il cuore a volte, un desiderio vago di cose ignote. 

Giovanni Verga - Mastro Don Gesualdo


Lasciami venire con te

Lo so che ognuno di noi corre da solo all’amore,
da solo alla fede e alla morte.
Io lo so. Io l’ho provato. Questo non aiuta.
Lasciami venire con te. 

Ghiannis Ritsos


Nel frigorifero della mia anima

Nel frigorifero della mia anima
il contenuto è in disordine
scade
senza che nessuno lo apra
Saaddiyya al-Mufarrih


in mezzo a questo silenzio, in questa terra che non vuole parlare

Quanto sarebbe bello se, per ogni mare che ci aspetta, ci fosse un fiume, per noi. E qualcuno — un padre, un amore, qualcuno — capace di prenderci per mano e di trovare quel fiume — immaginarlo, inventarlo — e sulla sua corrente posarci, con la leggerezza di una sola parola, addio.
Questo, davvero, sarebbe meraviglioso. Sarebbe dolce, la vita, qualunque vita. E le cose non farebbero male, ma si avvicinerebbero portate dalla corrente, si potrebbe prima sfiorarle e poi toccarle e solo alla fine farsi toccare. Farsi ferire, anche. Morirne. Non importa. Ma tutto sarebbe, finalmente, umano. Basterebbe la fantasia di qualcuno — un padre, un amore, qualcuno. Lui saprebbe inventarla una strada, qui, in mezzo a questo silenzio, in questa terra che non vuole parlare. Strada clemente, e bella.
Una strada da qui al mare. 

Alessandro Baricco - Oceano Mare


Io sono un sognatore

Io sono un sognatore; ho vissuto così poco la vita reale che attimi come questi non posso non ripeterli nei sogni. Vi sognerò per tutta la notte, per tutta la settimana, per tutto l’anno. Senz’altro domani ritornerò qui, proprio qui, in questo luogo, e proprio a quest’ora, e sarò felice ricordando l’accaduto.

Fëdor Dostoevskij - Le notti bianche


Non succederà più di sederci nel mezzo a guardare indietro e avanti e meditare sulla nostra fortuna…

… sono stupendi i trent’anni, ed anche i trentuno, i trentadue, i trentatré, i trentaquattro, i trentacinque! Sono stupendi perché sono liberi, ribelli, fuorilegge, perché è finita l’angoscia dell’attesa, non è cominciata la malinconia del declino, perché siamo lucidi, finalmente, a trent’anni! Se siamo religiosi, siamo religiosi convinti. Se siamo atei, siamo atei convinti. Se siamo dubbiosi, siamo dubbiosi senza vergogna. E non temiamo le beffe dei ragazzi perché anche noi siamo giovani, non temiamo i rimproveri degli adulti perché anche noi siamo adulti. Non temiamo il peccato perché abbiamo capito che il peccato è un punto di vista, non temiamo la disubbidienza perché abbiamo scoperto che la disubbidienza è nobile. Non temiamo la punizione perché abbiamo concluso che non c’è nulla di male ad amarci se ci incontriamo, ad abbandonarci se ci perdiamo: i conti non dobbiamo più farli con la maestra di scuola e non dobbiamo ancora farli col prete dell’olio santo. Li facciamo con noi stessi e basta, col nostro dolore, da grandi. Siamo un campo di grano maturo a trent’anni, non più acerbi e non ancora secchi: la linfa scorre in noi con la pressione giusta, gonfia di vita. È viva ogni nostra gioia, è viva ogni nostra pena, si ride e si piange come non ci riuscirà mai più. Abbiamo raggiunto la cima della montagna e tutto è chiaro là in cima: la strada per cui scenderemo un po’ ansimanti e tuttavia freschi. Non succederà più di sederci nel mezzo a guardare indietro e avanti e meditare sulla nostra fortuna…

Oriana Fallaci - Se il sole muore


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