La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori.
Alda Merini

venerdì 1 giugno 2012

L’aleph

Disse Tennyson che se potessimo comprendere un solo fiore sapremmo chi siamo e cos’è il mondo. Forse volle dire che non c’è fatto, per umile che sia, che non racchiuda la storia universale e la sua infinita concatenazione di effetti e di cause. Forse volle dire che il mondo visibile è intero in ogni rappresentazione, così come la volontà, secondo Schopenauer, è intera in ogni individuo. 

Jorge Luis Borges


Non si può rifiutare la forza di persuasione del profumo


Il profumo ha una forza di persuasione più convincente delle parole, dell'apparenza, del sentimento e della volontà. Non si può rifiutare la forza di persuasione del profumo, essa penetra in noi come l'aria che respiriamo penetra nei nostri polmoni, ci riempie, ci domina totalmente, non c'è modo di opporvisi.

Patrick Süskind - Il Profumo



Perché dunque il nome di Marina quella notte chiamò le lagrime su’ miei occhi?

... La camera era rischiarata da un lampadino a olio, velato da un cerchio di carta verde e posto in terra dietro la testa del moribondo. La fantasia si aggirava in quell’aria verdognola con l’instabilità di un pipistrello che vola, impaurita dai fantasmi, che si appiattano sotto al letto di chi muore; negli spigoli e dietro i mobili si rannicchiavano ombre angolose popolate di spaventi, e lo scricchiolio di un mobile, che urtava quel silenzio notturno, largo, diffuso fino agli estremi limiti dell’orizzonte, pareva che mi sospingesse a rovescio il corso del sangue. Quella fu la gran notte di Marcello. Alla vista d’un povero figliuolo, che moriva davvero, col nome di una donna sulle labbra, tutte quelle vecchie idee, che da molti anni mi corazzano a guisa di squame contro gli eccessi del bene e del male, si levavano ad una ad una, lasciando a nudo la natura. Nasceva perciò nel mio capo una babele, una sordia, come se una mano vigorosa agitasse un branco di sassolini in una zucca; e nel cuore, in questo cuore alla buona, entravano per la prima volta sentimenti straordinari. Nel genere umano, tanto citato sui libri e sul pulpito e che solevo considerare all’ingrosso, non più che un formicolaio di vivi, esisteva adunque anche la donna? La donna! – ne aveva vedute moltissime in campagna, ravvolte nei loro fazzoletti neri, in ginocchio presso il confessionale, o all’altare della madonna, biascicanti una corona: la signora Brigida e la Gioconda mie vicine, per paura, non osavano accostarsi al letto del morente, ma pregavano certamente per lui. Ecco là mia madre, una donnetta del Signore, un vero tesoro per la famiglia, che non perdeva mai di vista le vigilie d’olio, le mie calze nere, la libbra di cioccolatte pel suo prete, i quarti di luna e le loro influenze sulle uova e sulle galline. La Mariona serviva da trent’anni in casa mia, e non v’era certamente al mondo una persona più sincera; non diceva mai una cosa per un’altra, neppure a’ suoi padroni, e così perdute nei tempi e nello spazio ricordavo tante altre buone zie e sorelle, per le quali Marcello chiudeva in petto affezione, riverenza, stima; ma poesia, buon Dio! poesia, no. 

Perché dunque il nome di Marina quella notte chiamò le lagrime su’ miei occhi? donde sbucavano queste imagini color d’aria, che attraversavano le meditazioni di Marcello, nell’atteggiamento di sante e di angeli scappati giù dai loro quadri?... 

Emilio De Marchi - Due anime in un corpo


Ora so perché dal nostro incontro non è potuto nascere nulla di concreto

Ora so perché dal nostro incontro non è potuto nascere nulla di concreto: perché tu, o eri me con tutte le tue forze e quindi sovrabbondante, oppure eri il mio contro-io, diventando ovviamente un advocatus diaboli, un doppio pallido e un costante oppositore, senza fondamenta personali. Quanto io possa aver sofferto per tutto questo è difficile da dire, e comunque sarebbe del tutto inutile indagarlo ora, per tutti e due. Le belle lettere che di quando in quando mi scrivevi, sembravano in realtà scritte da me, nel mio stile; ma erano più i giorni in cui non mi scrivevi affatto… 

Rainer Maria Rilke



Quello che veramente ognuno di noi è ed ha, è il passato

Quello che veramente ognuno di noi è ed ha, è il passato; quello che siamo e abbiamo è il catalogo delle possibilità non fallite, delle prove pronte a ripetersi. Non esiste un presente, procediamo ciechi verso il fuori e il dopo, sviluppando un programma stabilito con materiali che ci fabbrichiamo sempre uguali. Non tendiamo a nessun futuro, non c'è niente che ci aspetta, siamo chiusi tra gli ingranaggi d'una memoria che non prevede altro lavoro che il ricordare se stessa.

Italo Calvino - Ti con zero


Immensa apparve, immensa nudità.

Primamente intravidi il suo piè stretto
Scorrere su per gli aghi arsi dei pini
Ove estuava l'aere con grande
Tremito, quasi bianca vampa effusa.
Le cicale si tacquero. Più rochi
Si fecero i ruscelli. Copiosa
La resina gemette giù pe' i fusti.
Riconobbi il colubro dal sentore.

Nel bosco degli ulivi la raggiunsi.
Scorsi l'ombre cerulee dei rami
Su la schiena falcata, e i capei fulvi
Nell'argento palladio trasvolare
Senza suono. Più lungi, nella stoppia,
l'allodola balzò dal solco raso,
la chiamò, la chiamò per nome in cielo.
Allora anch'io per nome la chiamai.

Tra i leandri la vidi che si volse.
Come in bronzea messe nel falasco
Entrò, che richiudeasi strepitoso.
Più lungi, verso il lido, tra la paglia
Marina il piede le si torse in fallo.
Distesa cadde tra le sabbie e l'acque.
Il ponente schiumò nei suoi capei.
Immensa apparve, immensa nudità.

Gabriele d’Annunzio


Detto questo, è inutile stabilire se Zenobia sia da classificare tra le città felici o tra quelle infelici.

Ora dirò della città di Zenobia che ha questo di mirabile: benché posta su terreno asciutto essa sorge su altissime palafitte, e le case sono di bambù e di zinco, con molti ballatoi e balconi, poste a diversa altezza, su trampoli che si scavalcano l'un l'altro, collegate da scale a pioli e marciapiedi pensili, sormontate da belvederi coperti da tettoie a cono, barili di serbatoi d'acqua, girandole marcavento, e ne sporgono carrucole, lenze e gru. 

Quale bisogno o comandamento o desiderio abbia spinto i fondatori di Zenobia a dare questa forma alla loro città, non si ricorda, e perciò non si può dire se esso sia stato soddisfatto dalla città quale noi oggi la vediamo, cresciuta forse per sovrapposizioni successive dal primo e ormai indecifrabile disegno. 

Ma quel che è certo è che chi abita Zenobia e gli si chiede di descrivere come lui vedrebbe la vita felice, è sempre una città come Zenobia che egli immagina, con le sue palafitte e le sue scale sospese, una Zenobia forse tutta diversa, sventolante di stendardi e di nastri, ma ricavata sempre combinando elementi di quel primo modello. 

Detto questo, è inutile stabilire se Zenobia sia da classificare tra le città felici o tra quelle infelici. 

Non è in queste due specie che ha senso dividere le città, ma in altre due: quelle che continuano attraverso gli anni e le mutazioni a dare la loro forma ai desideri e quelle in cui i desideri o riescono a cancellare la città o ne sono cancellati.

Italo Calvino - Le città invisibili


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