La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori.
Alda Merini

giovedì 14 giugno 2012

È il quasi che mi disturba, che mi intristisce, che mi ammazza portando tutto quello che poteva essere stato e non è stato

Ancor peggio della convinzione del no,
l’incertezza del forse è la disillusione di un”quasi”.
È il quasi che mi disturba, che mi intristisce,
che mi ammazza portando tutto quello che poteva essere stato e non è stato.
Chi ha quasi vinto gioca ancora,
Chi è quasi passato studia ancora,
Chi è quasi morto è vivo,
Chi ha quasi amato non ha amato.
Basta pensare alle opportunità che sono scappate tra le dita,
alle opportunità che si perdono per paura,
alle idee che non usciranno mai dalla carta
per questa maledetta mania di vivere in autunno.
Mi chiedo, a volte, cosa ci porta a scegliere una vita piatta;
o meglio, non mi chiedo, contesto.
La risposta la so a memoria,
è stampata nella distanza e freddezza dei sorrisi,
nella debolezza degli abbracci,
nell’indifferenza dei “buongiorno” quasi sussurrati.
Avanza vigliaccheria e manca coraggio perfino per essere felice.
La passione brucia, l’amore fa impazzire, il desiderio tradisce.
Forse questi possono essere motivi per decidere tra allegria e dolore, sentire il niente, ma non lo sono.
Se la virtù stesse proprio nei mezzi termini, il mare non avrebbe le onde, i giorni sarebbero nuvolosi
e l’arcobaleno in toni di grigio.
Il niente non illumina, non ispira, non affligge, nè calma,
amplia solamente il vuoto che ognuno porta dentro di sè.
Non è che la fede muova le montagne,
nè che tutte le stelle siano raggiungibili,
per le cose che non possono essere cambiate
ci resta solamente la pazienza,
però, preferire la sconfitta anticipata al dubbio della vittoria
è sprecare l’opportunità di meritare.
Per gli errori esiste perdono; per gli insuccessi, opportunità;
per gli amori impossibili, tempo.
A niente serve assediare un cuore vuoto o risparmiare l’anima.
Un romanzo la cui fine è istantanea o indolore non è un romanzo.
Non lasciare che la nostalgia soffochi, che la routine ti abitui,
che la paura ti impedisca di tentare.
Dubita del destino e credi a te stesso.
Spreca più ore realizzando piuttosto che sognando,
facendo piuttosto che pianificando, vivendo piuttosto che aspettando
perchè, già che chi quasi muore è vivo,
chi quasi vive è già morto!!!

Luìs Fernando Verìssimo




il giovane fiore platonico, l’ardente e cieca rosa che non canto, la rosa irraggiungibile

La rosa,
l’immarcescibile rosa che non canto,
quella che è peso e fragranza,
quella del nero giardino nell’alta notte,
quella di qualsiasi giardino e qualsiasi sera,
la rosa che risorge dalla tenue
cenere per l’arte dell’alchimia,
la rosa dei persiani e di Ariosto,
quella che sempre sta sola,
quella che sempre è la rosa delle rose,
il giovane fiore platonico,
l’ardente e cieca rosa che non canto,
la rosa irraggiungibile.

Jorge Luis Borges


I fall in love too easily

I fall in love too easily, I fall in love too fast
I fall in love too terribly hard, for love to ever last
My heart should be well schooled, 'cause I've been fooled in the past
And still I fall in love too easily, I fall in love too fast

My heart should be well schooled, 'cause I've been fooled in the past
And still I fall in love too easily, I fall in love too fast



come saranno i miei occhi ormai sereni dopo aver pianto tutto ciò che ho perso

In ginocchio tra vento, orma e levriero
corsi dietro di te, chiara presenza,
trascinato dal lampo di una stella
di senso in senso sino alla tua assenza.
Attraversasti, amore, gli egoismi
che con selce di lacrima ti svelo
sovrapponendo abissi dopo abissi,
nella mia solitudine di gelo.
Il grande ragno della pioggia fila
con acqua e vento leste ragnatele.
Cosa mai diverranno domattina?
Forse un vetro infrangibile,
come saranno i miei occhi ormai sereni
dopo aver pianto tutto ciò che ho perso.

Miguel Ángel Asturias


Ti amo affine, di calmo amore pronto

Ti amo tanto, amore mio... non canta
Il cuore umano con più verità...
Amo te come amico e come amante
In una sempre diversa realtà.

Ti amo affine, di calmo amore pronto,
E da oltre ti amo, presente in nostalgia.
Ti amo, insomma, con grande libertà
Dentro l’eterno ed in ogni momento.

Come ama l’animale ti amo semplicemente,
D’amore privo di mistero e privo di virtù
Con un desiderio massiccio e permanente.

E di amarti talmente e di frequente,
Un giorno nel corpo tuo di repente
Avrò da morire di amarti più che uno possa.

Vinicius de Moraes
(Traduzione di Giuseppe Ungaretti)


... come un ragazzo che si lascia indietro nella paura d'esser felice

Una sera di nuvole, di freddo
e di luce che spiega ad altro il senso
della mia vita, questo vago accordo
di memorie in sordina, sottovoce
di me, di te, poveramente assortiti.

Si resta a volte soli nella veglia
di un racconto sospeso, allora soli,
ignoti l'uno all'altro, ed ora uniti
dal ricordo che un nulla ci divise.

Il rammarico punge, se mi dici:
"bastava che quel giorno...", ti sorrido
con la mesta sfiducia di sapere
che mai giunsi per tempo, che geloso
di te, del tuo passato, almeno vedo
il tuo sguardo d'amore al primo incontro.

Ma forse è giusto credere che allora
tu m'avresti perduto:
come un ragazzo che si lascia indietro
nella paura d'esser felice.

Alfonso Gatto


Il mio corpo ha bisogno di te. Spesso mi hai quasi guarita.

La mia notte... che non vorrei più...
La mia notte è come un grande cuore che pulsa. 

Sono le tre e trenta del mattino.
La mia notte è senza luna. La mia notte ha grandi occhi che guardano fissi una luce grigia che filtra dalle finestre. La mia notte piange e il cuscino diventa umido e freddo. La mia notte è lunga e sembra tesa verso una fine incerta. La mia notte mi precipita nella tua assenza. Ti cerco, cerco il tuo corpo immenso vicino al mio, il tuo respiro, il tuo odore. La mia notte mi risponde: vuoto; la mia notte mi dà freddo e solitudine. Cerco un punto di contatto: la tua pelle. Dove sei? Dove sei? Mi giro da tutte le parti, il cuscino umido, la mia guancia vi si appiccica, i capelli bagnati contro le tempie. Non è possibile che tu non sia qui. La mie mente vaga, i miei pensieri vanno, vengono e si affollano, il mio corpo non può comprendere. Il mio corpo ti vorrebbe. Il mio corpo, quest'area mutilata, vorrebbe per un attimo dimenticarsi nel tuo calore, il mio corpo reclama qualche ora di serenità. La mia notte è un cuore ridotto a uno straccio. La mia notte sa che mi piacerebbe guardarti, seguire con le mani ogni curva del tuo corpo, riconoscere il tuo viso e accarezzarlo. La mia notte mi soffoca per la tua mancanza. La mia notte palpita d'amore, quello che cerco di arginare ma che palpita nella penombra, in ogni mia fibra. La mia notte vorrebbe chiamarti ma non ha voce. Eppure vorrebbe chiamarti e trovarti e stringersi a te per un attimo e dimenticare questo tempo che massacra. Il mio corpo non può comprendere. Ha bisogno di te quanto me, può darsi che in fondo, io e il mio corpo, formiamo un tutt'uno. Il mio corpo ha bisogno di te, spesso mi hai quasi guarita. La mia notte si scava fino a non sentire più la carne e il sentimento diventa più forte, più acuto, privo della sostanza materiale. La mia notte mi brucia d'amore. 

Sono le quattro e trenta del mattino.
La mia notte mi strema. Sa bene che mi manchi e tutta la sua oscurità non basta a nascondere quest'evidenza che brilla come una lama nel buio, la mia notte vorrebbe avere ali per volare fino a te, avvolgerti nel sonno e ricondurti a me. Nel sonno mi sentiresti vicina e senza risvegliarti le tue braccia mi stringerebbero. La mia notte non porta consiglio. La mia notte pensa a te, come un sogno a occhi aperti. La mia notte si intristisce e si perde. La mia notte accentua la mia solitudine, tutte le solitudini. Il suo silenzio ascolta solo le mie voci interiori. La mia notte è lunga, lunga, lunga. La mia notte avrebbe paura che il giorno non appaia più ma allo stesso tempo la mia notte teme la sua apparizione, perché il giorno è un giorno artificiale in cui ogni ora vale il doppio e senza di te non è più veramente vissuta. La mia notte si chiede se il mio giorno somiglia alla mia notte. Cosa che spiegherebbe la mia notte, perché tempo anche il giorno. La mia notte ha voglia di vestirmi e di spingermi fuori per andare a cercare il mio uomo. Ma la mia notte sa che ciò che chiamano follia, da ogni ordine, semina disordine, è proibito. La mia notte si chiede cosa non sia proibito. Non è proibito fare corpo con lei, questo, lo sa, ma si irrita nel vedere una carne fare corpo con lei sul filo della disperazione. Una carne non è fatta per sposare il nulla. La mia notte ti ama fin nel suo intimo, e risuona anche del mio. La mia notte si nutre di echi immaginari. Essa, può farlo. Io, fallisco. La mia notte mi osserva. Il suo sguardo è liscio e si insinua in ogni cosa. La mia notte vorrebbe che tu fossi qui per insinuarsi anche dentro di te con tenerezza. La mia notte ti aspetta. Il mio corpo ti attende. La mia notte vorrebbe che tu riposassi nell'incavo della mia spalla e che io riposassi nell'incavo della tua. La mia notte vorrebbe essere spettatrice del mio e del tuo godimento, vederti e vedermi fremere di piacere. La mia notte vorrebbe vedere i nostri sguardi e avere i nostri sguardi pieni di desiderio. La mia notte vorrebbe tenere fra le mani ogni spasmo. La mia notte diventerebbe dolce. La mia notte si lamenta in silenzio della sua solitudine al ricordo di te. La mia notte è lunga, lunga, lunga. Perde la testa ma non può allontanare la tua immagine da me, non può dissipare il mio desiderio. Sta morendo perché non sei qui e mi uccide. La mia notte ti cerca continuamente. Il mio corpo non riesce a concepire che qualche strada o una qualsiasi geografia ci separi. Il mio corpo diventa pazzo di dolore di non poter riconoscere nel cuore della notte la tua figura o la tua ombra. Il mio corpo vorrebbe abbracciarti nel sonno. Il mio corpo vorrebbe dormire in piena notte e in quelle tenebre essere risvegliato al tuo abbraccio. La mia notte urla e si strappa i veli, la mia notte si scontra con il proprio silenzio, ma il tuo corpo resta introvabile. Mi manchi tanto, tanto. Le tue parole. Il tuo colore.
Fra poco si leverà il sole. 

Frida Kahlo - Lettera di Frida Kahlo a Diego Rivera, Città del Messico, 12 settembre 1939. Mai spedita


Tu sei donna.Tu hai seni, lacrime e petali. Intorno a te l’aria diventa profumo

Sull’albero di fronte
avrò fatto sistemare un altoparlante con cui gli uccellini
amplifichino i loro canti allegri per il tuo languido risveglio.
Ti sveglierai felice sotto il lenzuolo di lino antico
con un raggio di sole che gioca nell’incavo dei tuoi seni
e mi darai la bocca in fiore;
le mie mani amanti ti cercheranno a lungo e tu verrai da lontano,
amica dal fondo del tuo essere di sonno e piume per accogliermi;
il nostro godimento sarà sereno e lento,
riposerò in te come l’uomo sul suo tumulo,
poiché nulla ci sarà al di fuori di noi.
Il nostro amore sarà semplice e senza tempo.
Poi saluteremo il chiarore.
Tu dirai buongiorno al soffitto che ci ripara
e allo specchio che raccoglie la tua rapida nudità.
Dopo avremo fame:ci sarà tè dell’India
per saziare la nostra sete e miele per raddolcire il nostro pane.
Soddisfatti,resteremo come due fratelli che si amano al di là del sangue
e fumeremo insieme la nostra prima sigaretta del mattino.
Solo allora ci separeremo.
Tu mi domanderai e io ti risponderò,
guardando con tenerezza le mie gambe che l’amore ha placato,
ricordandomi che esse hanno camminato molte leghe di donne fino a scoprirti.
Penserò che tu sei l’ultimo fiore di questa mia disperata ricerca;
che in te si è fatta l’unità.
All’improvviso, sarò triste e solo come un uomo,
vagamente attento ai rumori distanti della città,
mentre assurda ti affaccendi nel tuo quotidiano,
smarrita, ah così smarrita da me.
Sentirò qualcosa che si chiude nel mio petto come una porta pesante.
Sarò geloso della luce che ti configura e di te stessa che ti lasci vivere,
quando dovrest seguire con me come il giovane albero lungo la corrente di un fiume
in cerca dell’abisso.
Mi viene l’angoscia del limite che ci rende antagonisti.
Vedo la calotta d’aria che ti circonda – lo spazio
che separa i nostri tempi.
La tua forma è un’altra: troppo bella, forse,
per poter essere totalmente mia.
Il tuo respiro ubbidisce a un ritmo diverso.
Tu sei donna.Tu hai seni, lacrime e petali.
Intorno a te l’aria diventa profumo.
Fuori di me sei pura immagine;
in me sei come un uccello che io soggiogo,
come il pane che mastico,
come una segreta fontana socchiusa in cui bevo,
come un residuo di nuvola su cui riposo.
Ma nulla vi riesce a strapparti alla tua ostinazione di essere,
fuori di me – e io soffro,
amata che tu non mi sia di più.Ma tutto è nulla.
Guardo all’improvviso il tuo volto,
dov’è incisa tutta la storia della vita,
il tuo corpo che dirompe in fiori,
il tuo ventre fertile.
Ti muove un’infinita pazienza.
Nella nicchia del tuo sesso ci sono io, le mie poesie,
i miei dolori le mie resurrezioni.
I tuoi seni sono brocche di latte con cui sazi la fame universale.
Sei donna come foglia, come fiore e come frutto
e io sono semplicemente solo.
Schiavo di te mi accomiato da me,
continuo a camminare alla tua grande piccolina ombra.
Ti vedrò fare il bagno laverò da te ciò che è rimasto del nostro amore
mentre cerco nella mia mente qualcosa da dirti di stupefacente.
Ma tutto è nulla.
Sono i tuoi gesti a parlare,
la contrazione delle labbra in modo da stirare meglio la pelle per darti la crema,
la bocca lievemente socchiusa con cui mistificare meglio l’eterna immagine
nell’eterno specchio.
E allora, disperato parto da te,
sono cacciatore di tigri nel Bengala
alpinista sul Tibet, monaco a Cintra,
speleologo in Patagonia.
Passo tre mesi in una zattera in pieno oceano per provare l’origine polinesiana dei maia.
Mi nutro di plancton, parlo con i gabbiani,
affido al mare poesie in una bottiglia,
finisco per naufragare sulle coste di Antofagasta.
Time, Life e Paris Match mi dedicano grandi servizi.
Mi fanno l’Uomo dell’Anno” e candidato sicuro al Premio Nobel.
Ma ecco che mangi una pesca.
Il tuo labbro inferiore si piega sotto la polpa,
il succo scorre sul tuo mento,
cade una goccia sul tuo seno e tu ridi.
Il tuo riso disgrega gli atomi.
Lo specchio si polverizza,
il tubo di scarico si fonde quantità insospettate di stronzio-90
si accumulano negli strati superiori del bagno
solo i geni dei miei pronipoti potranno dare una prova precisa della tua immensa radioattività.
Tu ridi, amica e mi baci sapendo di pesca.
E io ti amoda morire.
Dentro di me cerco di allontanare le mie paure: “No, lei mi ama…”.
Me lo dico per convincermi,
mentre sento i tuoi seni sbocciare nelle mie mani
e contrarsi le tue natiche.
Vuoi rimanere incinta immediatamente.
C’è in te un improvviso desiderio di carciofi.
Vorresti un parto indolore alla luce della teoria dei riflessi condizionati di Pavlov.
Poi, sorridendotaci.
Odio il tuo silenzioche non mi appartiene,
che non è di nessuno: il tuo silenzio popolato di ricordi.
Ti schiaffeggio e corro a tagliarmi le vene con una lametta-blu;
il mio sangue sgorga come una richiesta di perdono.
Apri la tua scatola del cucito e cuci col filo giallo il mio polso abbandonato,
che è per associare bene i colori;
dopo mi fai succhiare la tua carotide,
in una lunga,lenta trasfusione.
Io convalescente cominci a uscire:
sei stata dal parrucchiere.Scruto il tuo viso.
Mi sento tradito,deliquescente,sul punto di piangere.
Ma ti avvicini solo con la giacca del pigiama e posi la mia mano sulla tua gamba.
E allora io canto:tu sei la donna amata: distruggimi!
La tua bellezza corrode la mia carne come un acido!
Il tuo segnoè quello della distruzione!
Nulla resta dopo di te se non rovine!
Tu sei il senso di tutto il mio inutile,
la causa della mia intollerabile permanenza!
Tu sei una contraffazione dell’aurora!
Amore, amata tu sia benedetta:
tu e la tua impassibilità.
Benedetta tu sia tu che crei la vertigine nella calma,
la calma in seno alla passione.
Benedetta tu sia tu che lasci l’uomo nudo di fronte a se stesso,
che abbatti le fondamenta del quotidiano.
Magico è il tuo viso nella grande oscurità dell’esistenza.
Sì, magico è il viso di colei che non vuole se non l’abisso
dell’essere amato.
Ci sia lei per smentire la falsa donna,
colei che si veste di inutili panni e inutili danni.
Lei possa, ogni giorno rinnovare il tempo,
trasformare un’ora in un minuto.
Ella sia colei che nega ogni vanità,
colei che costruisce tutto il silenzio.
Cammini al fianco dell’uomo nella sua antica,
solitaria marcia verso l’ignoto – questa eterna coppia
con cui comincia e finisce il mondo
lei che ora lontano da me,vicino a me,
mentre vive della costante presenza della mia nostalgia
è più che mai la mia amata: la mia amata e la mia amica
colei che mi sparge di olio santo ed è la depositaria dei miei canti
la mia amica mai superabile
la mia inseparabile nemica.

Vinicius de Moraes



per gli intimi doni che non elenco, per questa musica, misteriosa forma del tempo

Ringraziare voglio il divino
labirinto delle cause e degli effetti
per la diversità delle creature
che compongono questo universo singolare,
per la ragione, che non cesserà di sognare
un qualche disegno del labirinto,
per il viso di Elena e la perseveranza di Ulisse,
per l’amore, che ci fa vedere gli altri
come li vede la divinità,
per il saldo diamante e l’acqua sciolta
per l’algebra, palazzo di precisi cristalli,
per le mistiche monete di Angelus Silesius,
per Schopenhauer,
che forse decifrò l’universo,
per lo splendore del fuoco
che nessun essere umano può guardare
senza uno stupore antico
per il mogano, il sandalo e il cedro,
per il pane e il sale,
per il mistero della rosa
che prodiga colore e non lo vede,
per certe vigilie e giorni del 1955,
per i duri mandriani che nella pianura
aizzano le bestie e l’alba,
per il mattino a Montevideo
per l’arte dell’amicizia,
per l’ultima giornata di Socrate,
per le parole che in un crepuscolo furono dette
da una croce all’altra,
per quel sogno dell’Islam che abbracciò
mille notti e una notte,
per quell’altro sogno dell’inferno,
della torre del fuoco che purifica,
e delle sfere gloriose,
per Swedenborg,
che conversava con gli angeli per le strade di Londra,
per i fiumi segreti e immemorabili
che convergono in me,
per la lingua che secoli fa parlai nella Northumbria,
per la spada e l’arpa dei sassoni,
per il mare, che è un deserto risplendente
e una cifra di cose che non sappiamo,
per la musica verbale d’Inghilterra,
per la musica verbale della Germania,
per l’oro che sfolgora nei versi,
per l’epico inverno
per il nome di un libro che non ho letto,
per Verlaine, innocente come gli uccelli,
per il prisma di cristallo e il peso d’ottone,
per le strisce della tigre,
per le alte torri di San Francisco e di Manhattan,
per il mattino nel Texas,
per quel sivigliano che stese l’Epistola Morale,
e il cui nome, come preferiva, ignoriamo,
per Seneca e Lucano, di Cordova,
che prima dello spagnolo
scrissero tutta la letteratura spagnola,
per il geometrico e bizzarro gioco degli scacchi,
per la tartaruga di Zenone e la mappa di Royce,
per l’odore medicinale degli eucalipti,
per il linguaggio, che può simulare la sapienza,
per l’oblio, che annulla o modifica i passati,
per la consuetudine,
che ci ripete e ci conferma come uno specchio,
per il mattino, che ci procura l’illusione di un principio,
per la notte, le sue tenebre e la sua astronomia,
per il coraggio e la felicità degli altri,
per la patria, sentita nei gelsomini
o in una vecchia spada,
per Whitman e Francesco d’Assisi che scrissero già
questa poesia,
per il fatto che questa poesia è inesauribile
e si confonde con la somma delle creature
e non arriverà mai all’ultimo verso
e cambia secondo gli uomini,
per Frances Haslam, che chiese perdono ai suoi figli
perché moriva così lentamente,
per i minuti che precedono il sonno,
per il sonno e la morte,
quei due tesori occulti,
per gli intimi doni che non elenco,
per questa musica, misteriosa forma del tempo.

Jorge Luis Borges


Non credere che non lo sappia

Non credere
che non lo sappia
che quando mi parli
la mano della tua mente
senza farsene accorgere
mi sfila le calze,
e si muove cieca e intraprendente
lungo la mia coscia.

Non credere
che non lo sappia
che lo sai
che tutto ciò che dico
è un indumento.



Anne Stevenson


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