La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori.
Alda Merini

mercoledì 8 agosto 2012

Ora sì, posso dire che m'appartieni


I ricordi, queste ombre troppo lunghe
del nostro breve corpo,
questo strascico di morte
che noi lasciamo vivendo,
i lugubri e durevoli ricordi,
eccoli già apparire:
melanconici e muti
fantasmi agitati da un vento funebre.
E tu non sei più che un ricordo.
Sei trapassata nella mia memoria.
Ora sì, posso dire
che m'appartieni
e qualche cosa fra di noi è accaduto
irrevocabilmente.
tutto finì così rapido!
Precipitoso e lieve
il tempo ci raggiunse.
Di fuggevoli istanti ordì una storia
ben chiusa e triste.
Dovevamo saperlo che l'amore
brucia la vita e fa volare il tempo.

Vincenzo Cardarelli


e la città mi parve fragile, sospesa come una ragnatela, con tutti i suoi vetrini tintinnanti


Secondo i calcoli di H. Gerstenkorn, sviluppati da H. Alfven, i continenti terrestri non sarebbero che frammenti della Luna caduti sul nostro pianeta. La Luna in origine sa­rebbe stata anch'essa un pianeta gravitante attorno al Sole, fino al momento in cui la vicinanza della Terra non la fece deragliare dalla sua orbita. Catturata dalla gravitazione ter­restre, la Luna s'accostò sempre di più, stringendo la sua or­bita attorno a noi. A un certo momento la reciproca attra­zione prese a deformare la superficie dei due corpi celesti, sollevando onde altissime da cui si staccavano frammenti che vorticavano nello spazio tra Terra e Luna, soprattutto frammenti di materia lunare che finivano per cadere sulla Terra. In seguito, per influsso delle nostre maree, la Luna fu spinta a riallontanarsi, fino a raggiungere la sua orbita attuale. Ma una parte della massa lunare, forse la metà, era rimasta sulla Terra, formando i continenti.
S'avvicinava, - ricordò Qfwfq, - me ne accorsi mentre rincasavo, alzando gli occhi tra le mura di vetro e acciaio, e la vidi, non più una luce come tante ne brillano la sera: quelle che s'accendono sulla Terra quando a una data ora alla centrale abbassano una leva, e quelle del cielo, più lon­tane ma non dissimili, o che comunque non stonano con lo stile di tutto il resto, - parlo al presente, ma mi riferisco sempre a quei tempi remoti, — la vidi che si staccava da tutte le altre luci celesti e stradali, e acquistava rilievo sulla map­pa concava del buio, occupando non più un punto, magari anche grosso, tipo Marte e Venere, come una sforacchiatura da cui la luce s'irradia, ma una vera e propria porzione di spazio, e prendeva forma, una forma non ben definibile per­ché gli occhi non s'erano ancora abituati a definirla ma an­che perché i contorni non erano abbastanza precisi per deli­mitare una figura regolare, insomma vidi che diventava una cosa.

E mi fece senso. Perché era una cosa che per quanto non si capisse di cosa fosse fatta, o forse proprio perché non si capiva, appariva diversa da tutte le cose della nostra vita, le nostre buone cose di plastica, di nylon, di acciaio cromato, di ducotone, di resine sintetiche, di plexiglas, di alluminio, di vinavil, di fòrmica, di zinco, di asfalto, di amianto, di ce­mento, le vecchie cose tra le quali eravamo nati e cresciuti. Era qualcosa d'incompatibile, d'estraneo. La vedevo avvi­cinarsi come stesse per prendere d'infilata i grattacieli di Ma­dison Avenue (parlo di quella d'allora, incomparabile con la Madison Avenue d'adesso), in quel corridoio di cielo not­turno alonato di luce al di là della linea segmentata dei cor­nicioni; e dilatarsi imponendo su questo nostro paesaggio familiare non solo la sua luce d'un colore sconveniente, ma il suo volume, il suo peso, la sua incongrua sostanza. E al­lora, per tutta la faccia della Terra — superfici di lamiera, ar­mature di ferro, pavimenti di gomma, cupole di cristallo —, per tutto quel che di noi era esposto verso l'esterno, sentii passare un brivido. Veloce quanto me lo consentiva il traffico, presi il tun­nel, guidai verso l'Osservatorio. Sibyl era lì, l'occhio appli­cato al telescopio. Di solito non voleva che venissi a trovarla in orario di lavoro, e appena mi vedeva faceva una faccia contrariata; quella sera no, non alzò neppure il viso, era chiaro che s'aspettava la mia visita. « Hai visto? » sarebbe stata una domanda stupida ma dovetti mordermi la lingua per non dirlo, tanto ero impaziente di sapere cosa ne pen­sava. — Si, il pianeta Luna si è avvicinato ancora, - disse Sibyl prima che io avessi chiesto nulla, - è un fenomeno previsto.
Mi sentii un po' sollevato. — È previsto anche che torni ad allontanarsi? — domandai.
Sibyl continuava a socchiudere una palpebra e a scrutare nel telescopio. - No, - disse, - non s'allontanerà più.
Non capivo. — Vuoi dire che Terra e Luna sono diventati pianeti gemelli?
— Voglio dire che Luna non è più un pianeta e che la Terra ha una Luna.
Sibyl aveva un modo di buttar li le questioni che riusci­va a irritarmi ogni volta. 
- Ma che modo di ragionare è que­sto? — protestai. — Ogni pianeta è pianeta quanto gli al­tri, no?
— E tu lo chiameresti un pianeta, questo? Dico: un pianeta come è pianeta la Terra? Guarda! - e Sibyl si staccò dal telescopio facendo segno che m'accostassi. 
- Luna non sarebbe riuscita mai a diventare un pianeta come il nostro.
Io non ascoltavo la sua spiegazione: la Luna, ingrandita dal telescopio, m'appariva in tutti i particolari, ossia me ne apparivano molti particolari insieme, cosi mescolati che più la osservavo meno ero sicuro di com'era fatta, e solo potevo testimoniare l'effetto che questa vista provocava in me, un effetto d'affascinato disgusto. Per prima cosa potrei dire delle venature verdi che la percorrevano, più fitte in certe zone, come un reticolo, ma questo a dire il vero era il particolare più insignificante, meno vistoso, perché quelle che erano, diciamo, le sue proprietà generali sfuggivano a una presa dello sguardo, forse per il luccichio un po' viscido che trasudava da una miriade di pori, si sarebbe detto, o oper­coli, e anche in certi punti da estese tumefazioni della su­perficie, come bubboni oppure ventose. Ecco che sto tor­nando a fissarmi sui particolari, metodo di descrizione più suggestivo in apparenza, ma in realtà di efficacia limitata, perché è solo considerandoli in tutto l'insieme - come sa­rebbe il gonfiore della polpa sublunare che tendeva i pallidi tessuti esterni ma li faceva anche ripiegare su se stessi in an­se o rientranze dall'aspetto di cicatrici (sicché poteva anche essere, questa Luna, composta di pezzi premuti insieme e male appiccicati), - è, dico, in tutto l'insieme, come di visce­re ammalato, che vanno considerati i singoli particolari: per esempio una foresta fitta come di pelo nero che sporgeva da uno strappo.
- Ti sembra giusto che continui a girare intorno al Sole alla pari di noi? — diceva Sibyl.
— La Terra è troppo più forte: finirà per spostare Luna dalla sua orbita e farla girare attorno a sé. Avremo un satellite.
L'angoscia che provavo mi guardai bene dall'esprimerla. Sapevo come reagiva Sibyl in questi casi: ostentando un at­teggiamento di superiorità, se non addirittura di cinismo, come chi non si meraviglia mai di niente. Faceva cosi per provocarmi, credo (anzi: spero; certo avrei provato ancor più angoscia pensando che lo facesse per vera indifferenza).
E... e... - presi a dire, studiandomi di formulare una domanda che non manifestasse altro che una curiosità obiettiva e che pure obbligasse Sibyl a dirmi qualcosa per placare la mia ansia (ancora dunque speravo questo da lei, ancora pretendevo che la sua calma mi rassicurasse),
- e l'avremo sempre così in vista?
Questo è niente, - rispose. - S'avvicinerà ancora -. E, per la prima volta, sorrise. - Non ti piace? Eppure, a veder­la li, cosi diversa, cosi lontana da ogni forma conosciuta, sa­pendo che è nostra, che la Terra l'ha catturata e la tiene li, non so, a me piace, mi pare bella.
A questo punto, non m'importò più di nascondere il mio stato d'animo. - Ma non ci sarà pericolo, per noi? - do­mandai.
Sibyl tese le labbra nella sua espressione che meno ama­vo. - Noi siamo sulla Terra, la Terra ha una forza che può tenersi intorno dei pianeti per conto suo, come il Sole. Co­sa può contrapporre, Luna, come massa, campo gravitazio­nale, tenuta d'orbita, consistenza? Vuoi mica metterla a confronto? Luna è molle molle, la Terra è dura, solida, la Terra tiene.
— E la Luna, se non tiene?
- Oh, sarà la forza della Terra a farla stare a posto.
Aspettai che Sibyl finisse il suo turno all'Osservatorio per accompagnarla a casa. Appena fuori della città c'è quel nodo in cui le autostrade si diramano gettandosi su ponti che si scavalcano l'un l'altro con percorsi tutti a spirale te­nuti alti da pilastri di cemento di diverse altezze e non si sa mai in che direzione si sta girando nel seguire le frecce bian­che verniciate sull'asfalto, e a tratti la città che ti stai lascian­do alle spalle te la trovi di fronte che s'avvicina quadrettata di luci tra i pilastri e le volute della spirale. C'era la Luna proprio sopra: e la città mi parve fragile, sospesa come una ragnatela, con tutti i suoi vetrini tintinnanti, i suoi filifor­mi ricami di luce, sotto quell'escrescenza che gonfiava il cielo.

Italo Calvino - Ti con Zero


e vedo un bacio che galleggia nell'acqua


In gran segreto
ho raccolto il bicchiere in cui avevi bevuto
e l'ho portato a casa.
La sera, quando torno dal lavoro,
lo metto sotto il rubinetto
e vedo un bacio che galleggia nell'acqua.

Jairo Anibal Niño


Tu tremi nell'estate


Tu sei come una terra
che nessuno ha mai detto.
Tu non attendi nulla
se non la parola
che sgorgherà dal fondo
come un frutto tra i rami.
C'è un vento che ti giunge.
Cose secche e rimorte
t'ingombrano e vanno nel vento.
Membra e parole antiche.
Tu tremi nell'estate.

Cesare Pavese


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