La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori.
Alda Merini

lunedì 26 novembre 2012

Faceva freddo

Faceva freddo. Il vento
mi tagliava le dita.
Ero senza fiato. Non ero
stato mai più contento.


Giorgio Caproni



Quello che amiamo violentemente o prima o poi ci uccide

Amo appassionatamente la notte. L’amo come s’ama la patria o la donna del cuore, l’amo di una passione istintiva, profonda, invincibile. L’amo con tutti i sensi: gli occhi che la vedono, l’olfatto che la respira, le orecchie chene ascoltano il silenzio, l’amo con tutta la mia carne che le tenebre accarezzano. Le allodole cantano nel sole, nel cielo limpido, nell’aria tepida o fresca dei chiari mattini. Il gufo fugge nel buio, macchia nera che passa attraverso lo spazio nero e , rallegrato, inebriato dalla nera immensità, lancia il suo acuto vibrante e sinistro. Il giorno mi stanca, mi annoia. E’ volgare e rumoroso. Mi alzo a fatica, mi vesto svogliatamente, esco di malumore e a ogni passo, a ogni movimento, a ogni gesto, a ogni parola, a ogni pensiero mi sento stanco come se avessi sollevato chissà quale peso. Ma quando tramonta il sole sono invaso da una gioia indicibile, una gioia di tutto il corpo. Mi risveglio, mi animo. Man mano che l’ombra si fa più fitta mi sento un altro, più giovane, più forte, più intelligente, più felice. La guardo diventare violacea, questa grande ombra dolce caduta dal cielo: sommerge la città come un’onda impalpabile e impenetrabile, attenua, nasconde, cancella colori e forme, abbraccia case e persone con la sua carezza impercettibile. Mi viene voglia, allora, di gridare dal piacere come le civette, di correre sui tetti come i gatti; e un impetuoso, invincibile desiderio di amare s’accende nelle mie vene. Vado, cammino, ora nei sobborghi oscuri, ora nelle foreste vicine a Parigi, dove sento aggirarsi le mie sorelle bestie e i miei fratelli bracconieri. Quello che amiamo violentemente o prima o poi ci uccide.

Guy de Maupassant – La notte


sangue vitale, finché ardori d’amore emuli corsero, fuoco entro fuoco, desiderio in deità


Quale consunzione di sensi nel triste indugio di morte
o quale assalto di maligna vicissitudine
deruberà questo corpo dell’onore,
o spoglierà quest’anima della veste nuziale oggi indossata?
Perché, sì — le labbra di lei composero or ora
con le mie un tal concorde interludio quale Orfeo,
coronato di lauro, agognò, inseguendo quel volto
intenso — a lui sottratto — con l’estremo canto.
Io, un fanciullo sotto il tocco di lei; un uomo
quando petto a petto ci stringevamo, io e lei;
uno spirito quando lo spirito di lei mi scrutò dentro;
un dio quando il nostro respiro vitale si unì, alitando
sul nostro sangue vitale, finché ardori d’amore emuli
corsero, fuoco entro fuoco, desiderio in deità.


Dante Gabriel Rossetti


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