La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori.
Alda Merini

giovedì 14 novembre 2019

Capita anche alle montagne di sentirsi mare, sir

“Lloyd, cosa mi sta accadendo?
"È solo una piccola ondata di commozione, sir”
“Eppure io sono sempre stato una roccia”
“Capita anche alle montagne di sentirsi mare, sir”
“Non per questo però sono meno montagne, giusto?”
“Diventano isole, sir”
“Certi sentimenti ci lasciano soli in mezzo al mare, Lloyd”
“Ma ci trasformano nella salvezza di chi sta naufragando, sir”

Vita con Lloyd. I miei giorni insieme a un maggiordomo immaginario

Simone Tempia

martedì 3 settembre 2019

Nubi d’occaso

Al cader della sera e delle foglie,
verso ponente, sulle lunghe ombre
vagando, va il sogno mio,
a perdersi del cielo tra le rosse nubi d'occaso.
E al giaciglio del sol se ne volavano
disperse, come il sogno mio, le foglie.
0 autunno, autunno di mia gloria, come
la tua calma serena è malinconica,
quando verso occidente, sul tramonto,
va la ronda de' sogni, e sulla terra
cosparge semi d'altri mondi ed ombre!
E verso il sole occiduo s'ammucchiano
le giallognole foglie
che, verdi ieri ed attaccate all'albero,
i suoi raggi ne bevvero
dalle cime ignorate, dello stesso
sole assetate, ed anelanti 
a sola eterna sorte
d'ardere del suo cuor nella fucina
ardente sempre.
E là, cenere e fumo,
dar alla terra ciò che d'essa sorte
ed alle nubi e al ciel l'azzurro,
ed ogni giorno sulle azzurre coste
al sol che, lasso d'opra sua, si corca,
asciugare il sudore d'oro fulgido,
vital succo vermiglio.
E voi pure, miei sogni,
dell’arbor della vita fresche foglie,
lascerete alla gleba il vostro cenere,
che fu terra fangosa,
e al sole eterno,
nel tempio della gloria,
dove oriente e occidente s'affratellano,
in suprema vittoria renderete
alfin l'anima intera,
al suo fonte di vita.
Al cader della sera e delle foglie,
come le foglie pallidi, i miei sogni
sen vanno; accavallandosi com'onde:
nel giaciglio del sole van cercando
libertà redentrice.

Miguel de Unamuno
(Versione libera di Gilberto Beccari)

martedì 23 luglio 2019

I’m leaving the table I’m out of the game

Mi alzo dal tavolo
Mi chiamo fuori dal gioco
Non conosco le persone
Nella tua foto incorniciata

Se ti ho amata mai, oh no, no
E’ un gran peccato
Se ho amato mai
Se avessi saputo il tuo nome
Non hai bisogno di un avvocato
Non rivendico alcunché
Non hai bisogno di arrenderti
Non sto prendendo la mira
Non ho bisogno di un’amante, no, no
La belva abietta è domata
Non ho bisogno di un’amante
Quindi spegni la fiamma
Non manca nessuno
Non c’è alcun premio
Poco alla volta
Recidiamo la corda
Stiamo spendendo il tesoro, oh no, no
Che l’amore non può permettersi
So che riesci a sentirla
La dolcezza ristabilita
Non ho bisogno di un motivo
Per quel che sono diventato
Ho queste mie scuse
Sono stanche e deboli
Non ho bisogno di un perdono, no, no, no
Non c’è più nessuno da incolpare
Mi alzo dal tavolo
Mi chiamo fuori dal gioco
Mi alzo dal tavolo
Mi chiamo fuori dal gioco


I’m leaving the table
I’m out of the game
I don’t know the people
In your picture frame
If I ever loved you oh no, no
It’s a crying shame
If I ever loved you
If I knew your name
You don’t need a lawyer
I’m not making a claim
You don’t need to surrender
I’m not taking aim
I don’t need a lover, no, no
The wretched beast is tame
I don’t need a lover
So blow out the flame
There’s nobody missing
There is no reward
Little by little
We’re cutting the cord
We’re spending the treasure, oh, no, no
That love cannot afford
I know you can feel it
The sweetness restored
I don’t need a reason
For what I became
I’ve got these excuses
They’re tired and lame
I don’t need a pardon, no, no, no
There’s no one left to blame
I’m leaving the table
I’m out of the game
I’m leaving the table
I’m out of the game


venerdì 5 luglio 2019

com’è libero e puro l’amore

Dolce amica, non credo alle tue
parole, ai tuoi sensi, ai tuoi occhi
e neppure a me stesso, soltanto credo
alle stelle che splendono in alto.
Per un sentiero làtteo le stelle
mi mandano sogni infallibili
e nel deserto sconfinato allevano
per me fiori celesti.
E in quell’eterna estate, tra quei fiori,
intrisa di argento azzurrino,
come leggiadra tu sei, e nella luce stellare
com’è libero e puro l’amore.

Vladimir Sergeevič Solov’ëv


martedì 28 maggio 2019

To see a World in a Grain of Sand And a Heaven in a Wild Flower, Hold Infinity in the palm of your hand And Eternity in an hour

Vedere un mondo in un granello di sabbia
e un cielo in un fiore selvatico,
tenere l’infinito nel cavo della mano
e l’eternità in un’ora.

Un pettirosso chiuso in gabbia
mette tutto il cielo in rabbia.

Una colombaia piena di colombe e piccioni
fa rabbrividire l'inferno in tutte le sue regioni.
Un cane affamato al cancello del suo padrone
 prevede la rovina dello stato.

Un cavallo usato malamente sulla strada
chiede al cielo sangue umano.
Ogni grido della lepre cacciata
strappa una fibra dal cervello.

Un'allodola con l'ala ferita,
un cherubino cessa il suo canto.
Un gallo da combattimento mutilato e armato per la lotta
mette spavento al sole nascente.

Ogni ululato di lupo o di leone
fa sorgere dall'inferno l'anima di un uomo.

Il cervo selvaggio, che vaga qua e là,
tiene l'anima umana lontana dalla preoccupazione.
L'agnello maltrattato fa nascere pubblica lite,
eppure perdona il coltello del macellaio.

Il pipistrello che svolazza al calar della sera
ha lasciato il cervello che non crederà.
Il gufo che richiama nella notte
dà voce alla paura di chi non crede.

Chi farà male al piccolo scricciolo
non sarà mai amato dall'uomo.
Chi ha mosso all’ira il bue
non sarà mai amato da una donna.

Il ragazzo insolente che uccide la mosca
 proverà l'inimicizia del ragno.
Colui che tormenta lo spiritello dello scarabeo
intesse un pergolato in una notte senza fine.

Il bruco sulla foglia
ti ripete il dolore di tua madre.
 Non uccidere la falena né la farfalla,
 perchè il giudizio finale si avvicina.

Colui che esercita il cavallo alla guerra
non supererà mai la barra polare.
Il cane del mendicante e il gatto della vedova,

nutrili e diventerai grasso.

Il moscerino che canta la sua canzone d'estate
 prende il veleno dalla lingua del calunniatore.
Il veleno del serpente e della salamandra
è il sudore del piede di un invidioso.

Il veleno dell'ape che fa il miele
è la gelosia dell'artista.

I vestiti del principe e gli stracci del mendicante
sono funghi velenosi sulla borsa del misero.
Una verità detta con cattive intenzioni
vince tutte le bugie che puoi inventare.

E' giusto e dovrebbe essere così;
l'uomo è stato creato per la gioia e per il dolore;
e quando sappiamo questo giustamente,
 per il mondo andiamo sicuri.

Gioia e dolore sono tessuti per bene,
un vestito per l'anima divina.
Sotto ogni dolore e sotto ogni pino,
scorre la gioia con fili di seta.

Un bimbo è di più delle fasce che lo avvolgono
ogni contadino lo capisce.
Ogni lacrima da ogni occhio
diventa un bambino nell'eternità;

questo è raccolto dalle donne luminose,
e riportato alla propria delizia.
Il belato, il latrato, il muggito, e il ruggito,
sono onde che sbattono sulla spiaggia del cielo.

Il bimbo che piange col bastone sotto di lui
scrive vendetta nei reami della morte.
Gli stracci del mendicante, che volteggiano in aria,
straccia le vesti del cielo.

Il soldato, armato di spada e fucile,
colpisce con la paralisi il sole d'estate.
Il centesimo del pover'uomo vale di più
di tutto l'oro delle spiagge africane.

L'obolo estorto dalle mani di un operaio
comprerà e venderà le terre del miserabile;
o, se protetto dall'alto,
vende e compra l'intera nazione.

Chi si prende gioco della fede del bambino
sarà preso in giro nell'ora della morte.
Colui che insegnerà al bambino a dubitare
non uscirà mai dalla tomba marcita.

Colui che rispetta la fede del bambino,

trionfa sull'inferno e sulla morte.
I giocattoli del bimbo e le ragioni dell'anziano
sono i frutti delle due stagioni.

L’inquisitore, che siede scaltro,
non saprà mai come rispondere.
Chi risponde alle parole del dubbio
dirama la luce della conoscenza.

Il più potente veleno mai conosciuto
è venuto dalla corona d'alloro di Cesare.
 Niente può deformare la razza umana
come la brace del ferro di un'armatura.

Quando l'oro e le gemme adornano l'aratro,
l'invidia si inchina alle arti di pace.
Un indovinello, o il grido di un grillo
mettono in dubbio una risposta adeguata.

Il pollice della formica o il miglio dell'aquila
fanno sorridere la filosofia zoppa.
Colui che dubita di ciò che vede
non crederà mai, fai quel che ti aggrada.

Se il sole e la luna dovessero dubitare,
si spegnerebbero immediatamente.
Per essere in una passione puoi fare il bene,
ma nessun bene se una passione è in te.

La puttana e lo scommettitore, che dallo stato
hanno licenza, hanno costruito il fato di quella nazione.
Il grido della meretrice di strada in strada
intesserà il lenzuolo tortuoso della vecchia Inghilterra.

Il grido del vincitore, la maledizione del perdente,
danzano di fronte al carro funebre dell'Inghilterra.

Ogni notte e ogni mattino
qualcuno nasce alla miseria,
ogni mattino e ogni notte
alcuni nascono alla dolce delizia.

Alcuni nascono alla dolce delizia,
alcuni nascono per la notte eterna.

Siamo portati a credere una bugia
quando non vediamo attraverso l’occhio,
che è nato in una notte per morire in una notte,
quando l'anima ha dormito nei raggi di luce.

Dio appare, e Dio è luce,
a quelle povere anime che dimorano nella notte;
ma una forma umana si mostra
a coloro che dimorano nei reami del giorno.

William Blake





venerdì 24 maggio 2019

Così la democrazia muore: per abuso di se stessa

Quando la città retta a democrazia si ubriaca di libertà confondendola con la licenza, con l’aiuto di cattivi coppieri costretti a comprarsi l’immunità con dosi sempre massicce d’indulgenza verso ogni sorta di illegalità e di soperchieria; quando questa città si copre di fango accettando di farsi serva di uomini di fango per potere continuare a vivere e ad ingrassare nel fango; quando il padre si abbassa al livello del figlio e si mette, bamboleggiando, a copiarlo perché ha paura del figlio; quando il figlio si mette alla pari del padre e, lungi da rispettarlo, impara a disprezzarlo per la sua pavidità; quando il cittadino accetta che, di dovunque venga, chiunque gli capiti in casa, possa acquistarvi gli stessi diritti di chi l’ha costruita e ci è nato; quando i capi tollerano tutto questo per guadagnare voti e consensi in nome di una libertà che divora e corrompe ogni regola ed ordine; c’è da meravigliarsi che l’arbitrio si estenda a tutto e che dappertutto nasca l’anarchia e penetri nelle dimore private e perfino nelle stalle?
In un ambiente siffatto, in cui il maestro teme ed adula gli scolari e gli scolari non tengono in alcun conto i maestri; in cui tutto si mescola e si confonde; in cui chi comanda finge, per comandare sempre di più, di mettersi al servizio di chi è comandato e ne lusinga, per sfruttarli, tutti i vizi; in cui i rapporti tra gli uni e gli altri sono regolati soltanto dalle reciproche convenienze nelle reciproche tolleranze; in cui la demagogia dell’uguaglianza rende impraticabile qualsiasi selezione, ed anzi costringe tutti a misurare il passo delle gambe su chi le ha più corte; in cui l’unico rimedio contro il favoritismo consiste nella molteplicità e moltiplicazione dei favori; in cui tutto è concesso a tutti in modo che tutti ne diventino complici; in un ambiente siffatto, quando raggiunge il culmine dell’anarchia e nessuno è più sicuro di nulla e nessuno è più padrone di qualcosa perché tutti lo sono, anche del suo letto e della sua madia a parità di diritti con lui e i rifiuti si ammonticchiano per le strade perché nessuno può comandare a nessuno di sgombrarli; in un ambiente siffatto, dico, pensi tu che il cittadino accorrerebbe a difendere la libertà, quella libertà, dal pericolo dell’autoritarismo?
Ecco, secondo me, come nascono le dittature. Esse hanno due madri.
Una è l’oligarchia quando degenera, per le sue lotte interne, in satrapia. L’altra è la democrazia quando, per sete di libertà e per l’inettitudine dei suoi capi, precipita nella corruzione e nella paralisi.
Allora la gente si separa da coloro cui fa la colpa di averla condotta a tale disastro e si prepara a rinnegarla prima coi sarcasmi, poi con la violenza che della dittatura è pronuba e levatrice.
Così la democrazia muore: per abuso di se stessa.
E prima che nel sangue, nel ridicolo.
Platone – La Repubblica Cap. VIII, Atene 370 A.C.


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